La campana Torresani (1598)
di S. Maria delle Grazie di Busachi
di Gian Gabriele Cau

E’ ormai parte dell’arredo storico della sagrestia della Cattedrale di Ozieri una pesante campana, a breve nel locale Museo diocesano di arte sacra. Correva voce che in quell’antico bronzo sacro non si potesse riconoscere – per quanto tentante in assenza di altra giustificazione – quella campana recuperata con poche altre suppellettili dalla Basilica di S. Antioco di Bisarcio. Ha perso il batacchio ed è acusticamente muta da tempo immemorabile, ma parla per una storia colata col metallo fuso nel crogiuolo e fissata per secoli nello stampo di argilla.
E’ alta circa 58 cm per un diametro alla base di 42 cm circa. Al colmo tre massicce maniglie assicuravano una solida presa al ceppo di una torre campanaria. Nella prima fascia dall’alto in basso, in gotico minuscolo su campo con figure geometrizzanti (solo il numero ‘8’ è su sfondo liscio e di corpo inferiore alle precedenti cifre), è l’epigrafe latina «s. maria ora pronobis 1598 [sic]». Chiude un minuto fregio rettangolare, recante un’ara con una campana e relativo batacchio, sovrastata da una croce con bracci patenti in una raggiera di lingue di luce, che stabilisce una relazione tra il suono della stessa e la lode a Dio. L’invocazione, per quanto generica, sarebbe compatibile con il titolo di S. Maria dell’antica
parrocchiale ozierese, e la stessa cronologia concordante con lo spirito rinnovatore che, nel terzo quarto del xvi secolo, aveva convinto i fedeli della necessità di una ristrutturazione della stessa nelle forme del gotico-aragonese, e quindi a un probabile rifacimento dei tre bronzi, uno grande, uno medio e uno piccolo, censiti nella visita pastorale del vescovo Pietro Vaguer del 1550.
Il dubbio che questa imboccata possa non essere la strada corretta per l’identificazione della campana emerge presto da un bollo (replicato all’opposto diametrale), con una epigrafe circolare, bordata da una doppia cornicetta a triangoli contrapposti, che nella fascia inferiore della campana dichiara in italiano il nome sardizzato del committente «don * gironimo * toresane *». Al centro è lo stemma del nobile casato, una torre sovrastata da tre stelle qui ad uso di segno di interpunzione, lo stesso di una formella sulla facciata della chiesa sconsacrata di S. Domenico a Busachi, oggi sede del locale Museo del costume e del lino.
Non si è a conoscenza di un qualsiasi legame tra i Torresani e i Borgia che appena nel 1591 erano subentrati ai Centelles nell’amministrazione
dell’Incontrada del Monte Acuto, di cui Ozieri era capoluogo. Cagliaritani di probabili origini toscane, i Torresani nel Quattrocento possedevano la signoria delle scrivanie del vicariato reale di Cagliari e del capitanato di Iglesias, dalle quali traevano consistenti rendite. Agli inizi del Cinquecento vendettero la scrivania di Iglesias e nel corso del secolo si disfecero anche di quella di Cagliari, impegnando una parte dei capitali ricavati nell’acquisto del feudo del Barigadu. In questo ricadevano
i villaggi di Busachi, Allai, Fordongianus e di Villanova Truscheddu, che nella seconda metà del xviii secolo costituirono il Marchesato di Busachi. In seguito, certo don Nicola acquistò Sedilo e l’Incontrada di Canales e nominò erede universale il figlio don Gironimo, che nel 1566 ottenne il titolo di Conte di Sedilo e trapassò nello stesso 1598 inciso sulla campana, avendone
forse disposto la realizzazione post mortem.
Don Gironimo Torresani, scrive Raimondo Bonu, «non [fu] solo un ricco signore feudale, ma anche un acuto e dinamico uomo politico, attento ai bisogni dei suoi vassalli e aperto ad una sapiente formazione morale e socio-culturale di Busachi e Ville circonvicine». A Busachi, in particolare, intorno al 1571 il conte fece edificare la chiesa di San Domenico detta cunventu e quella in onore della Beata Vergine delle Grazie detta collegiu.
La prima sorge nel rione alto del paese e comprendeva
locali a funzione di monastero che lo stesso fondatore assegnò ai Domenicani, i quali la occuparono quasi ininterrottamente dal 1577 al 1835. I vasti spazi de su collegiu furono, invece,
dapprima affidati ai Gesuiti, poi nel 1584 ai Minori Osservanti che, nel 1588, vi aprirono il convento della Vergine delle Grazie. L’edificio,
in questi ultimi anni oggetto di un restauro che ha dato valore al pregevole chiostro, fu abbandonato il 15 giugno del 1834 per ordine dell’oschirese Giovanni Maria Bua, arcivescovo di Oristano dal 1828 al 1840.
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