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La Geografia è sempre stata una scienza “ficcanaso”, interessata a faccende che le erano apparentemente estranee, come l’economia, la politica, la storia e, più di recente, tutto il vastissimo campo delle discipline geologiche e geofisiche. Tale ecletticità ne ha spesso plasmato un’immagine nebulosa ed indistinta:
insomma, si è spesso e volentieri dimenticato che la Geografia non è, al pari della storia, una scienza “esatta”, e che gli stessi oggetti del suo esame possono essere analizzati da prospettive profondamente diverse, com’è accaduto per uno dei suoi principali campi d’indagine, ovvero il paesaggio.
A braccetto con le differenti correnti filosofiche e scientifiche, si è giunti a definizioni del paesaggio – elemento, in verità, difficilmente definibile – che seguivano le prassi del determinismo, del possibilismo e, per giungere a tempi più vicini, della singola percezione dell’individuo.1 In realtà, caratteristica sostanziale del
 

Geografo è la sua estrema versatilità, qualità che gli permette la conoscenza e l’osservazione comparata di vastissimi campi d’indagine, riuscendo a comporre una syn
thèsis che delinei il carattere stesso dell’oggetto in analisi, il quale è spesso, guarda caso, il paesaggio. Da esso non possono essere scisse, di conseguenza, tutte le componenti, siano esse geologiche, geomorfologiche, antropiche, storiche, economiche
e sociali. Non è il paesaggio che fa l’Uomo, né l’Uomo che fa il Paesaggio, ma è la loro unione a comporne i tratti distintivi. In Sardegna vi è una molteplice difformità di micro e macro regioni, che altro non sono che molteplici paesaggi differenti: questa ricchezza, che l’uomo ha portato con sé sottoforma di una varietà estremamente composita di tradizioni, usi e modi di adattarsi al territorio, fu già notata dai primi visitatori dell’Isola, tanto da rendere inevitabile la definizione di “continente Sardegna”, un ossimoro geografico oggi più inflazionato che mai. Eppure non sempre, per quanto le differenze tra i diversi paesaggi si impongano ai nostri occhi con evidenze talvolta imbarazzanti, si è giunti ad una loro precisa individuazione geografica. Il quesito non è semplicemente accademico, né privo di applicazioni empiriche, se si osserva che l’uomo si è sempre conformato al territorio che lo circondava, adattandolo nel contempo alle sue esigenze: nel passato, ciò ha determinato la nascita di particolari culture di cui possiamo leggere oggi un lascito certamente esiguo, proseguendo con le differenti tipologie insediative, di allevamento o di sfruttamento delle risorse, che vedevano sempre uomo e ambiente attori della stessa importanza nella creazione di un’identità, locale sì, ma fortemente contraddistinta. Oggi invece troppo spesso un confine “politico”, sia esso il limite amministrativo di un Comune o quello di un parco o simili, separa realtà ed ecosistemi che sono invece fortemente identitari e collegati, e come tali vanno quindi analizzati ai fini di sviluppo e tutela. Il Supramonte è forse il più complesso ed insieme il più lampante degli esempi osservabili. Si tratta di un territorio profondamente diverso da quelli limitrofi, sia per caratteristiche geologiche, paesaggistiche e ambientali, che per le forme particolarissime di insediamento che l’uomo, attraverso una fatica millenaria, ha saputo adattarvi. Quest’area si estende su una superficie di circa 450 kmq, divisa entro i limiti amministrativi di Baunei, Dorgali, Oliena, Orgosolo ed Urzulei:...

Matteo Cara

L'articolo non è completo, quello che si è potuto leggere è un anticipazione di quello che troverete nel numero 32 in edicola!

[continua in edicola nel numero 32]


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