Antropos
di Andrea Muzzeddu - Seconda Parte

L’uomo oltre l’uomo
Per favorire questa risposta è necessario affrontare le tematiche della
Antropologia Teologica. In quest’ottica il primo riferimento da tenere
sempre presente è la «creazione»; il secondo riferimento, insito
nella creazione, è dato dal «modo» con cui la creazione si è realizzata,
avendo cura di tenere intatto il quadro generale della ragione stessa
del creato; il terzo punto fermo, e non meno importante dei due
punti precedenti, consiste nel «come» l’uomo è stato creato, quindi
l’origine stessa della sua qualità umana.
“Tenere presente la creazione”, come richiesto dal primo punto, non è poi così difficile. Tutto ciò che fa parte del creato si manifesta ai
nostri sensi e ai nostri sentimenti in modo così palese da non poter
essere ignorato. Non credo che ci sia bisogno di insistere su quest’aspetto
poiché anche il “pensiero”, per quanto possa essere “creativo”,
in realtà non crea ma deduce, astrae, concettualizza qualcosa
già presente nella cosa osservata. Il noto enunciato cartesiano «Cogito
ergo sum» non è altro che il rovesciamento del problema reale: “non sono perché penso”, ma “penso perché sono”. È la vita che mi
consente di pensare e non il pensiero che mi consente la vita.
L’attenzione al “modo con cui si è realizzata la creazione” presenta
una dicotomia: la concezione atea, che rimanda al “caso”, l’impostazione
religiosa, che conduce al “Dio creatore”.
La prima forma di attenzione, per il fatto di
proiettarci sulla casualità primordiale, non ri
solve il problema, anzi lo rinvia e lo complica.
L’uomo è un accidente. Il frutto di un “Caso”
che racchiude in sé il principio innato del creazionismo, senza però assurgere agli onori degli
altari. Il “Caso” quindi è un “sostituto” della di
vinità senza la presunzione di definirsi tale pur
avendo la stessa possibilità.
La seconda impostazione, dettata dal “modo
creativo”, richiede l’accettazione convinta e non
condizionata di Dio. Allora l’uomo è una sua
creatura e come tale ha in sé il soffio vitale tra
sfuso da Dio stesso. Non è più un accidente, il
frutto di una casualità, ma la conseguenza di un
progetto, accarezzato e voluto, con tutto l’amore
di chi crede nelle proprie opere.
La conoscenza dell’uomo, posta sotto questa
prospettiva, trascende l’uomo stesso e, forse, per
il limite stesso della natura umana (come con
seguenza della cacciata dal Paradiso Terrestre)
assume l’aspetto angosciante, per un verso, ed
entusiasmante, per l’altro, della ricerca continua
del “percorso da compiere” per il ritorno al Padre.
A questo punto, l’analisi del “come l’essere
umano è stato creato” diventa il pass par tout
che facilita l’ingresso nello spazio esistenziale
dell’uomo stesso e favorisce la raccolta della sua
reale essenza. Qui poggia l’esigenza dello studio
dell’uomo affidato alla Antropologia Teologica,
l’unica forma del sapere umano in grado di conferire “unità di senso” alle risposte, a volte contrastanti, formulate dalle altre discipline. E questo perché la Teologia, nella sua diramazione
antropologica, si interessa dell’uomo, non solo
per come vive, ma anche perché vive nel modo
che ha scelto di vivere per effettuare il “passaggio” che l’attende.
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