Cento anni di Crepuscolo
di Giacobbe Manca

Oltre cento anni fa, l’archeologo scozzese Duncan Mackenzie,1 si era dedicato alla ricerca del particolarissimo mondo preistorico della Sardegna. Dopo un primo viaggio pubblicò un resoconto su diverse tombe di giganti e nuraghes.2 Nel 1908 decise di compiere una seconda “incursione culturale nell’isola più selvaggia del Mediterraneo”. Dopo quella prima, felice esperienza, il Mackenzie ritornò in Sardegna col suo bagaglio culturale europeo e mediterraneo e quindi un’invidiabile conoscenza dei monumenti megalitici “continentali”, come dicono i Sardi. Inglese in missione cultural-esplorativa, secondo una consolidata consuetudine coloniale anglosassone, sotto l’egida dell’istituto romano della Britisch School, di cui era Honorary Student, pubblica nella sua lingua, nei Papers of the Britisch School at Rome, un resoconto scientifico che avrà un largo ed indiscusso seguito fra gli archeologi nostrani. Nel suo viaggio fu accompagnato dall’architetto F. G. Newton, che realizzò precisi rilievi e disegni di circa venti monumenti visitati, documentati nella pubblicazione che ancora oggi costituiscono un imprescindibile riferimento.3
Braccio destro del mitico Arthur Evans, col quale ebbe un buon rapporto, scavò con lui per 30 anni nel palazzo di Cnossos, nell’isola di Creta. Mackenzie lavorò anche a Phylacopi nell’isola di Milo (una delle Cicladi).4 Egli conosceva molto bene, fra l’altro, i monumenti megalitici della sua Scozia, dell’Irlanda e negli scritti riporta di sicuri riferimenti a monumenti dolmenici della Corsica. Pertanto la sua esperienza archeologica era fuori discussione. Come diceva A. M. Centurione verso al fine dell’Ottocento: “ ... tutte le maggiori nazioni fanno a gara in promuovere lo studio non solo de’ monumenti patrii, ma degli stranieri..”. Oltre i sardi e gli italiani, s’interessarono dei monumenti della Sardegna Chabas, Fergusson, Tennant, Munter, Peyron, Petit-Radel, Tyndale, Despin, miss Maclagan, Baux e Gouin, anche se non tutti con giusta scienza.
Nell’Ottocento i legami culturali che univano il Regno di Sardegna all’Inghilterra avevano anche un motore mosso da pregressi fattori economici, come la costruenda rete ferroviaria del regno, pagata con i boschi dell’Isola.
Cento anni fa, dunque, il Mackenzie ebbe modo di attraversare mezza isola, a principiare dal Sassarese e fino ai piedi meridionali del Guilcier Real (Abbasanta, Paulilatino e ancora più avanti fino a Bauladu).5 Un viaggio sotto una buona stella, come lui stesso dice: la fortuna di essere condotto alla scoperta e alla riscoperta di numerosi monumenti (e in particolare i “dolmens” - come fermamente e senza esitazione li definì).6
Questa convinzione del Mackenzie derivava dalle somiglianze, da lui verificate, di questi con gli omologhi dolmens corsi ed europei, ed inoltre egli riscontrava che i monumenti sardi portassero in sé i germi di quelle che sarebbero diventate, molto in seguito, tombe di giganti. Da quel momento, pertanto, e per svariati decenni a seguire si pensò erroneamente di conoscere almeno due “dolmens neolitici” nell’Isola: Su Coveccu di Bultei e S’Ena ’e sa Vacca di Olzai.
Fu così che, i pochissimi archeologi di stanza in Sardegna accolsero con piena fiducia disegni e affermazioni, come pure fecero le generazioni successive, senza mai rivisitare quei monumenti (così a me pare), per farsene un’opinione personale.7 Tanta fiducia d’altro canto, era ben riposta giacché la scuola inglese è una delle più antiche in ambito archeologico, assieme a quelle tedesca e francese, tutte sinonimo di cultura, esperienza, serietà.
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