Diagnosi del capo
di Andrea Muzzeddu
Presupposti ideologici, politici, culturali e morali del “Duce di paese” inconfessato amante del potere, in perenne conflitto con la democrazia e (nonostante le apparenze) avverso alla condivisione delle responsabilità.
La struttura del comando
Tutti i dittatori che la storia ci fa conoscere presentano le stesse caratteristiche: aggressività contro gli oppositori (non solo fatta di parole) e lusinghe per i suoi sostenitori e gregari (come profitto e ripartizione del potere secondario – poiché quello primario è direttamente controllato dal “capo”). I loro pensieri, espressi a voce o per iscritto, e, conseguentemente, tutte le loro azioni di governo presentano un miscuglio di amore e odio, di rimprovero e tolleranza, di accettazione e rigetto. Quest’alternarsi dell’atteggiamento magnanimo e punitivo, costantemente in bilico tra condotte che premiano o castigano (tanto che nemmeno i più stretti collaboratori sono in grado di comprendere veramente quale sarà la loro reazione di fronte ad un’eventuale proposta innovativa), è una costante nei soggetti caratterialmente autoritari. Per il nostro bene e dell’umanità, non tutti i “soggetti autoritari” raggiungono i massimi vertici dello Stato. A volte capita che qualcuno giunga ad assumere il controllo (economico, politico, culturale, religioso, ecc.) di una comunità1. Il fatto che questa comunità possa essere costituita da poche centinaia di persone o diverse migliaia di abitanti non cambia la sostanza del “loro modo di intendere la gestione del potere”.
Per averne conferma è sufficiente osservare la cronaca politica degli ultimi cinquant’anni della storia dei piccoli comuni della Sardegna (e oltre) dove, nonostante l’avvento della “democrazia sociale” - trascurando di interessarci del periodo precedente in quanto nel ventennio fascista l’autoritarismo era una costante politica, quasi un atto dovuto, a scapito dell’umanità, con le tristi conseguenze che ne sono derivate- si sono presentati alla ribalta politica dei soggetti “ideologicamente autoritari”, sostenuti da “gruppi di “gregari mentali”, animati da analoghi istinti ma non ancora in grado di esternarli pubblicamente come il loro leader.
Alcuni di questi soggetti “forti”, per carattere, mentalità e lingua (!), comunemente noti come i “kapò del villaggio” o “ras del quartiere”, nel caso di criminalità pure - anche se mascherati da un’ideologia di bandiera - hanno assunto il controllo della “cosa pubblica”. Sono stati eletti sindaci o presidenti del consiglio provinciale o regionale, almeno per un mandato amministrativo che, puntualmente cercano di trasformare in “mandato permanente”.
Che cosa comporta, nella loro personalità, quest’incarico pubblico e che tipo di ricaduta sociale ne deriva? Quali sono i rapporti che s’instaurano con l’opposizione e quale beneficio ne riceve la popolazione tutta? Si può dare una risposta a queste domande solo analizzando l’operato del “duce di paese”, in altre parole analizzando le sue scelte amministrative. Dato che, com’è stato dimostrato dalla psicologia sociale per “agire” è necessario “pensare”, diviene obbligatorio iniziare la nostra “analisi socio-politica” del soggetto dispotico dai suoi “atti di pensiero”, propagandati soprattutto dal “gruppo dei fiancheggiatori” che agisce di solito come uno specchio. Il “fiancheggiatore pensante” – sulla base dei riferimenti offerti dall’antropologia sociale - non fa gruppo, anche se lo accompagna, ma diviene il “braccio destro” del “capo” o la sua ombra (da rispettare lo stesso).
Pensiero e consenso
Il pensiero, ogni forma di pensiero, diventa patrimonio comune solo se espresso con parole e/o per iscritto. Se si escludono i “manifesti” affissi ai muri, tra l’altro più opera di gruppo (anche se guidato e non dotato di libero pensiero) che di una singola persona, difficilmente si è in possesso di scritti politici, o di altre tracce di riflessione mentale firmate da questi “dittatori dilettanti”. La loro naturale predisposizione al “comando”, quasi per istinto, gli suggerisce di non rendere troppo pubblico il proprio ideale. Per questo evitano che le loro osservazioni e note scritte su fogli circolino fra i comuni cittadini. Quello che dicono nella pubblica piazza (o al bar) è solo una piccola parte del pensiero che li anima. Sono scaltri e istintivamente prudenti (soprattutto quando non hanno ancora raggiunto lo scopo prefissato). Tengono per sé una buona riserva di contenuti ideologici e per conoscenza di avvenimenti che caratterizzano gli episodi della vita di paese, utili per controbattere e colpire gli sprovveduti che subito rispondono alle loro prime forme di pensiero senza attendere tutta l’espressione del concetto. Quest’assenza di materiale di prima mano si presenta come una seria difficoltà di approccio analitico del loro operato. Ma non è così. Il piccolo dittatore, in sintonia col grande che la storia ci ricorda, ama parlare in pubblico e mentre espone il proprio pensiero cerca di percepire e controllare l’umore sociale. Necessita di comprendere se per amore o per paura gli si concede l’ultima parola e se c’è un gruppo che accoglie e mette in pratica il suo pensiero. Questo suo modo di proporsi consente agli altri di essere testimoni delle sue diverse esternazioni, di ascoltarlo nelle diverse occasioni che coglie per “catechizzare” le persone, di memorizzare le sue affermazioni e, nei casi più delicati, di poter registrare su nastri magnetici i suoi discorsi pubblici... Più complesso il caso dei “prepotenti amministrativi” che si manifestano a livello provinciale o regionale. In questo caso la comprensione del loro pensiero sociale è possibile solo passando attraverso le delibere e le leggi emanate, inclusi gli indirizzi operativi resi pubblici con circolari applicative. In tutti questi casi le decisioni pubbliche sono precedute, da argomentazioni ideologiche che assolvono lo scopo di preparare il tessuto sociale, ossia disporre l’ampliamento del consenso, in primo luogo, e di sbaragliare ogni forma di opposizione, prima ancora che la protesta diventi una condizione condivisa dalla maggioranza degli elettori, in secondo luogo. Sono queste argomentazioni ammantate di copertura politica che favoriscono la “lettura del pensiero profondo”, pubblicamente celato da parvenze democratiche e di solidarietà sociale. La storia ammonisce che spesso quando questo “pensiero profondo” emerge nella realtà sociale siamo già di fronte a lutti e situazioni dolorose.
È proprio questa struttura interna che va individuata nell’ideologia del “capo”. Solo questa conoscenza favorisce la comprensione della “validità” (o meno) della sua azione politica e morale. In una dimensione più ampia, aiuta a conoscere il nostro passato (nazionale o paesano) e aiuta a comprendere il futuro, tracciando le linee dell’opposizione attiva contro la prepotenza e l’inciviltà.
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