Diffusione dei retabli in Sardegna
e le tipologie del “Cristo di Nicodemo”
nel Cinquecento
di Pietro Martis

La parola retablo deriva dal medesimo termine castigliano, a sua volta derivante dalla contrazione del lemma latino retrotabula altaris.
Si tratta nient’altro che di grandi ancone o pale d’altare destinate
principalmente alle chiese, ma anche, in alcuni casi, alla devozione privata, come si usavano in tutta Europa, anche se in ogni regione si sviluppò con aspetti e peculiarità distinte. L’origine del retablo, e del suo posizionamento all’interno dell’edificio religioso, è da far risalire al IV Concilio Lateranense del 1215 che diffuse la dottrina della transustanziazione.
La mensa d’altare di conseguenza, acquisisce maggiore importanza, soprattutto perché su di essa avviene il gesto dell’elevazione dell’Eucaristia (PULVIRENTI SEGNI 1998, p. 35).
In Sardegna, già all’arrivo degli Aragonesi, nelle chiese era diffuso l’utilizzo di ancone per adornare l’altare, ne sono un esempio la pala del cosiddetto “Maestro delle Tempere Francescane
ad Ottana” o il dossale dubitativamente attribuito a Memmo di Filippuccio di Oristano. Tuttavia coincise proprio con la conquista del Regno di Sardegna da parte della Corona d’Aragona, l’introduzione nell’isola di questo tipo di pale d’altare che, soprattutto all’inizio, erano d’importazione. La provenienza era la più varia, soprattutto però dalla Penisola Iberica, dai Paesi Bassi e dalla Penisola Italiana.
Per quanto concerne il Cinquecento si registrano nell’isola varie tipologie di ancona ormai codificate già dalla fine del secolo precedente, che vanno evolvendosi sempre più verso stilemi italiani, anche se permarrà una certa tendenza verso il gusto tardogotico, soprattutto nelle cornici e nei motivi ornamentali
che riprendono elementi tipicamente architettonici, ormai diffusi in Sardegna (DANDER 1993, pp. 128-129).
Nel meridione dell’isola il centro propulsore delle arti fu Cagliari,
città nella quale un intero quartiere, quello di Stampace, diede il nome ad una scuola pittorica dominata soprattutto dalla presenza della famiglia Cavaro, là documentata fin dal 1455. In questa porzione d’isola, denominata anche Capo di Sotto o di Cagliari, si sviluppa un tipo di retablo a doppio trittico con partimenti rettangolari, più grandi al centro, contornati
dai polvaroli, con alla base una predella che prevedeva, quasi sempre, un tabernacolo al centro, mentre ai suoi lati erano disposte, a volte, due porte d’accesso ai vani retrostanti.
Ogni elemento, oltre ad avere precise destinazioni iconografiche,
aveva pure una funzione all’interno di una più articolata visione architettonica d’insieme.
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