Edifici Cultuali in Sardegna dalla fine del bronzo al ferro inoltrato
di Mirko Zaru
Sulla base di una ricerca decennale, ritengo possa essere utile proporre alcuni paragoni architettonici e alcune teorie sugli edifici legati al culto dell’acqua in Sardegna.
Sono monumenti il cui impianto risale ad un periodo tra il Bronzo Finale e la prima Età del Ferro, con possibili modifiche e riutilizzi nell’Età del Ferro inoltrato.
Un primo aspetto riguarda la collocazione temporale di queste strutture fuori dal contesto “nuragico”, quando cioè i nuraghes non venivano più costruiti, ma solo smontati o riattati, e il “mondo ciclopico” volgeva al termine, lasciando spazio al nuovo filone stilistico orientalizzante condiviso con gli altri popoli che si affacciavano sul bacino del Mediterraneo.
In realtà, per le conoscenze attuali, è impossibile stabilire precisamente quando i nuraghes persero la funzione originaria, né furono più costruiti, ma è evidente che essi furono rifiniti, modificati e persino diversamente spoliati per fare capanne. Difficilmente crollarono da sé, e di essi, nell’Età del Ferro, parrebbe essere rimasto segno solo in una forma autoctona di religiosità espressa nel “culto betilico”. Il tempo in cui questi cambiamenti ebbero luogo potrebbe essere più esteso di quanto finora si pensi, se si considerano le diverse vicende costruttive da essi attraversate, ancorché abbiano conservato la stessa schematizzazione planimetrica.
Per motivi tecnico-stilistici ritengo che l’edificazione dei pozzi sacri sia da collocarsi in un periodo “post-nuragico”, giacché nuraghes e monumenti cultuali esprimono differenze marcate e quindi ambiti culturali ben diversi, con evidenti differenze economiche e mutato stile di vita.
1 - L’architettura
Fondamentale è stato analizzare le differenze architettoniche e funzionali di centinaia di monumenti cultuali e confrontarli con le strutture ciclopiche nuragiche. In questo primo studio parlerò di fonti e pozzi comunemente ritenuti di natura cultuale o sacri, osservati con una cura adeguata.
Più comunemente, le pubblicazioni sui pozzi e fonti sono rivolte ad alcuni aspetti generali, mentre restano in secondo piano gli elementi architettonici più nascosti, certo poco leggibili, forse perché non si attribuisce ad essi la giusta importanza o escono dai canoni più consueti.
Si considerino, ad esempio, oltre quanto più comunemente osservato nell’impianto dei pozzi e delle fonti, tutti gli elementi oggi mancanti o pervenuteci solo in parte. Un’attenta restituzione grafica delle parti perdute apre, in realtà, un nuovo orizzonte su questi monumenti e promette importanti acquisizioni, anche nell’ambito del simbolismo cultuale.
I pozzi sacri sono strutture realizzate con conci di piccola e media pezzatura, solitamente di basalto, marna, calcare o scisto, anche dove questi materiali non sono reperibili; i paramenti sono su due filari che, naturalmente, sfruttano la forza di gravità e generalmente evitano le perniciose spinte laterali. Le note componenti sono: una camera ipogeica o semi-ipogeica, generalmente voltata ad ogiva; un vano scala caratterizzato da pareti verticali o aggettanti con volta in lastre o architravi ben tagliati e disposti in modo speculare rispetto ai gradini; un vestibolo o atrio lastricato con, a lato, banconi-sedili. Alcuni di essi sono dotati, all’interno della cella, di uno scavo verticale più o meno profondo, che raggiunge la falda d’acqua; questo elemento è riscontrabile, ad esempio, nel pozzo di Irru (Nulvi) (Fig.3), a Funtana Cuberta (Ballao), a Tattinu (Nuxis) (Fig.5), a Gremanu (Fonni) (Fig.26), a Funtana ‘e Baule (Ittireddu) (Fig.8), a Cugnana (Olbia) (del quale avanzo il sospetto che appartenga ad epoca storica), nell’ipogeo sotto la chiesa di San Salvatore (Cabras) e Cuccuru Nuraxi (Settimo San Pietro). Quest’ultimo è realizzato all’interno di una delle torri di un nuraghe polilobato ampio oltre trenta metri, posto su una collina; quello stesso particolare, non verificabile allo stato attuale, parrebbe esistere (come riscontrabile dagli scavi del Taramelli) a Santa Anastasia (Sardara) (Fig.6). Il Taramelli colloca, ricavato nella pavimentazione e al centro della cella, un pozzo verticale (oggi non più visibile). Diversi casi mostrano sul fondo della cella una sorta di piccolo bacile ricavato sulla roccia o su un concio fondale lavorato appositamente, come a Santa Cristina (Paulilatino) (Fig.14), Coni o Santu Millanu (Nuragus) e Su Tempiesu (Orune) (Figg. 3 e13), Cuccuru is Arrius a Cabras, affine nella simbologia anche in alcune fonti, come a Mitza Pidighi (Solarussa).
Come prima catalogazione delle strutture, suddivido i pozzi e le fonti in arcaici (fatti con blocchi poligonali), semi-isodomi e isodomi....
|