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Da dove provengono i bronzetti Sardi
di Maurizio Feo

Introduzione. Alcuni perché

Oggetti e reperti di rame e bronzo rinvenuti in Sardegna, sono spesso al centro di discussioni. Pareri difformi – talvolta suffragati da “prove” ell’archeologia scientifica – aprono la strada a tesi non proprio ortodosse e a confusione. Si ha talvolta l’impressione che persino alcuni autori non possiedano l’esperienza diretta “sul campo” di che cosa realmente comporti la ricerca, l’estrazione e la fusione dei metalli1. Alcuni restano stupiti dell’aspetto simile all’oro che possiede il bronzo “nuovo”, conoscendo soltanto quello ossidato dei reperti. Altri non conoscono i tempi diversi di raffreddamento, necessari ai metalli diversi, dopo la fusione2. A prescindere da ciò, di fatto molte domande restano ancora senza una definitiva risposta. Per citarne solo alcune: quale fosse la provenienza degli oggetti di bronzo; quale il tipo di vita delle popolazioni che li producevano; chi organizzava la composizione abbastanza standardizzata e la distribuzione, degli ox-hide ingots3 attraverso il Mediterraneo e fino alle coste del Mar Nero; in che modo fosse organizzato il commercio parallelo degli oggetti di lusso; quali fossero i navigli…
Non è possibile parlare dei metalli, senza fare un riferimento alle prime attività minerarie dell’uomo e senza formulare almeno un paio di considerazioni di base.
La prima considerazione obbligatoria è che lo scavo minerario è sempre stata un’attività dura e pericolosa: nessuno ci si dedicherebbe se non dietro costrizione, oppure grandi vantaggi economici, materiali o morali.4 Tito Lucrezio Caro (De Natura Rerum, I sec. a.C.) scrive: “Pensa che là alcuni uomini scendono e scrutano il ferro nascosto, l’oro, le vene d’argento e di piombo; scavano, in abissi chiusi la roccia compatta, nell’ombra umida e respirano aria maligna, il fiato malvagio dell’oro nel suolo, nelle putrescenti miniere. Non si può guardare nel viso questi uomini senza dolore, quando salgono per poco alla luce: se ancora non li hai veduti, n’avrai sentito parlare, come presto periscano e quanta parte della loro vita essi perdano ogni giorno, dentro la terra, in quella fatica sepolta verso cui la miseria li spinge.”
Probabilmente, i primi scavi mai effettuati furono volti a trovare quella vena ferrosa scura che si chiama ematite, con strumenti di osso, frantumandola fino a polverizzarla e trasformarla in ocra rossa5. Il premio, qui, consisteva forse nell’enorme valore religioso sacrale che – proprio in tutto il mondo – l’antropologia è riuscita a ricostruire per l’ocra, dall’uso rituale che l’uomo antico ha fatto ovunque di questo pigmento…
La seconda considerazione è d’ordine morale: come spesso succede, l’uomo (anche se alcuni negano l’essenza umana a creature pre Homo Sapiens) si sottopone ad un’attività durissima e pericolosa, non per ciò che è strettamente necessario alla propria vita, bensì per un bene astrattamente prezioso, di lusso, se non voluttuario. Ancora oggi, sembra non avere appreso granché dai propri errori...

 




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