La memoria dimezzata
di Pietro Martis

La cultura e la memoria sono scolpite nelle pietre, nei marmi, nei monumenti, nei libri, ma anche negli ambienti e nei paesaggi che determinano la vita e le abitudini dell’uomo. Si tramandano da una generazione all’altra e ne costituiscono il patrimonio genetico, il senso di appartenenza, l’identità.
La natura, se lasciata nel suo libero sviluppo a volte protegge e conserva i nostri monumenti assai meglio dell’opera degli archeologi, ma quando è impedita e contrastata dalla mano dell’uomo, essi possono essere irrimediabilmente perduti.
È quanto è successo all’ambiente lagunare di Marrubiu, con gli interventi radicali della “bonifica” integrale e con le colonizzazioni di segno fascista. Lo sfruttamento intensivo, ha modificato radicalmente il vecchio assetto ambientale e cancellato i segni di un’antica cultura. Spostando indietro di qualche decennio, l’orologio del tempo, si osserva come i Marrubiesi, da tempi remotissimi, siano sempre stati affascinati da “Diana” e da “Nettuno”, ovvero dalla duplice vocazione per la montagna e per il mare. I miti e le leggende del luogo parlano di “Sa Genti Arrubia” (i fenicotteri degli stagni salmastri) e di “Luxia Arrabiosa” (gli abitanti dei boschi montani) e ricordano questa doppia natura. I pescatori marrubiesi da tempi immemorabili avevano sposato il mare, il Sassu e S’Ena Arrubia: proprio come fecero i dogi a Venezia, ma più semplicemente e naturalmente, senza le cerimonie ufficiali col “Bucintoro”. Gli stagni e il mare non erano dominati ma costituivano una parte simbiotica e mutualistica, una fonte di vita per il mondo animale e per quello umano.
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