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Lettera al direttore - Numero 32
Egregio Direttore,
nel fascicolo n. 31 di «Sardegna Antica, ho letto l’articolo di Maurizio Feo intitolato ’origine degli Etruschi e dei Sardi [...]. L’Autore, pur citandomi con deferenza e perfino con impatia,
ha sostenuto che le ricerche condotte sul DNA da parte di specialisti contraddicono la ia tesi fondamentale della affinità storica, culturale e linguistica dei Sardi Nuragici con gli Etruschi e della loro comune origine dall’antica Lidia, nell’Anatolia od Asia Minore. [...] ho riletto l’articolo del dottor Feo con attenzione, col risultato finale di ritenere e affermare che si tratta senza dubbio di uno “studio molto informato e pure stimolante”.
Per parte mia rispondo brevemente alla sua obiezione di fondo:
nella mia recentissima opera Storia dei Sardi Nuragici (Domus de Janas ed., Selargius 2007) a pag. 54 cito studi recenti sul DNA che connettono strettamente gruppi di Toscani odierni a popolazioni dell’Asia Minore e nel paragrafo 70 cito analoghi studi che legano strettamente i Sardi ai Toscani. Debbo precisare che io mi sono semplicemente limitato a citare quegli studi, mentre mi sono guardato bene dall’entrare nel loro merito, dato che ovviamente essi vanno molto al di là delle mie competenze specifiche. D’altra parte, proprio a seguito della lettura dell’articolo del dott. Feo, mi sento spinto a rivolgermi ai genetisti e dire loro: «Mettetevi d’accordo tra di voi: le ricerche sul DNA dimostrano che effettivamente gli Etruschi sono venuti dalla Lidia, secondo il famoso racconto di Erodoto, condiviso da altri 30 autori greci e latini, oppure gli Etruschi erano autoctoni in Italia, secondo l’affermazione di un unico autore antico, Dionigi di Alicarnasso?».
Ancora: «Gli studi sul DNA dimostrano una parentela genetica fra i Sardi Nuragici e gli Etruschi oppure no?». Ho definito lo studio del dott. Feo “stimolante”; tanto è vero che ne ho tratto subito una importante e radicale conclusione che espongo subito.
Innanzi tutto è da ricordare che la penisola anatolica o dell’Asia Minore ha costituito nell’antichità il punto di sutura e di incontro di tre interi continenti, Africa, Asia ed Europa, ragion per cui attraverso di essa sono avvenute, nei secoli e nei millenni, innumerevoli migrazioni di popoli. L’Asia Minore è stata definita un “crogiolo” di numerosissime e diffentissime etnie, stirpi, culture e lingue, le quali vi si sono incontrate, mescolate, confuse e fuse. In secondo luogo si deve ricordare che in quella grande «autostrada del mare» che è stato nell’antichità il Mediterraneo, le penisole anatolica, greca ed italiana e le isole di Cipro, Creta, Sicilia e Sardegna hanno costituito come i piloni di un grande ponte che consentiva di superare con notevole facilità il Mediterraneo stesso.
Ragion per cui anche in quegli snodi marittimi sono passate molte migrazioni di popoli di differenti etnie, stirpi, culture e lingue. [Ci si chieda chi non è passato in Italia e particolarmente in Etruria (= Toscana e Lazio settentrionale)?].
In queste condizioni antropiche e culturali, sicuramente accertate dalla archeologia e dalla storiografia, io concludo dicendo di nutrire ormai molti e forti dubbi sulle possibilità che le ricerche basate sul DNA condotte in quelle terre siano in grado di risolvere in maniera decisiva la questione delle migrazioni dei popoli antichi. Quelle terre e quegli snodi terrestri e marittimi si possono paragonare (ovviamente considerata la rispettiva
dilatazione o concentrazione dei tempi) agli odierni snodi aeroportuali di Londra, Parigi, Amsterdam, Francoforte, Roma ecc.: una ricerca genetica sul DNA dei passeggeri che transitano in questi aeroporti dimostrerebbe proprio nulla.
Ma faccio un’aggiunta che deriva dalla mia personale specializzazione in fatto di onomastica, che ritengo di avere dimostrato con due mie opere dedicate al significato e all’origine di 7.500 cognomi attestati in Sardegna: a mio fermo giudizio è totalmente errato collegare le ricerche sul DNA delle varie popolazioni coi cognomi in esse documentati. Infatti, in primo luogo nella stragrande maggioranza i cognomi di tutte le nazioni occidentali sono molto recenti, dato che risalgono appena al Concilio di Trento, quello che impose l’impianto delle anagra fi parrocchiali; in secondo luogo le numerosissime famiglie che, ad es., hanno il cognome Rossi possono non avere alcuna
parentela fra loro, dato che quel loro cognome è semplicemente la conseguenza del fatto che qualche loro antenato aveva il viso oppure i capelli “rossi”; in terzo luogo uno stesso cognome può avere significati e origini del tutto differenti, ad es. nel Pisano il cognome Neri può indicare che qualche antenato era particolarmente “nero o bruno”, oppure che si chiamava Ranieri. Passo ad un’altra questione, toccata sia pure marginalmente dal dott. Feo: il carattere indoeuropeo o non indoeuropeo della lingua etrusca. Su questa lingua io ho composto e pubblicato ben 8 opere, fra le quali La Lingua Etrusca – grammatica e lessico (1997) e il Dizionario della Lingua Etrusca (2005), il quale è il primo e finora unico pubblicato sull’argomento. Ebbene, con l’esperienza di studio che ho acquisito per la composizione di queste mie 8 opere, mi sento di affermare che mi interessa veramente poco ciò che intorno all’etrusco scrivono linguisti che lo hanno affrontato in maniera ridotta e marginale e soprattutto gli archeologi.
Il dott. Feo ricorda che mentre il lidio viene considerato “indoeuropeo” da parte di molti linguisti, l’etrusco invece no. Ma io faccio osservare che gli elementi che hanno indotto i
linguisti a definire indoeuropea la lingua lidia in effetti sono molto meno numerosi e molto meno significativi di quelli che hanno indotto me ed altri linguisti a definire indoeuropea anche la lingua etrusca (della lingua lidia conserviamo appena una settantina di iscrizioni, mentre della lingua etrusca ne conserviamo circa 11 mila!).
Fra gli etruscologi indoeuropeisti io non ho il timore di vantarmi di aver dimostrato – non contraddetto da alcuno – che anche i numeri etruschi della prima decade sono indoeuropei. Che è una cosa di estrema importanza, dato che tutti sappiamo che la scoper-ta della famiglia delle lingue indoeuropee è stata fatta proprio in virtù della omoradicalità dei numeri della prima decade di ciascuna di esse.

Massimo Pittau - http://www.pittau.it

Lettera al direttore - Numero 31


Quartu S. Elena, 20.08.2003

Preg.mo Direttore,

innanzitutto mi complimento per la rivista, davvero testimonianza di libertà intellettuale e interesse culturale. In questo spirito, le segnalo - per i necessari approfondimenti e chiarimenti - la situazione dell’area presbiteriale della Basilica di Santa Giusta, che ho avuto modo di riscontrare qualche tempo addietro. Confrontando gli “adattamenti”, conseguenti alla riforma liturgica del 1970, con i precedenti (ad esempio lo stato documentato nel volume di R. Serra, Italia romanica, La Sardegna, 1988, Ed. Jaca Book, foto 68 e 69), il risultato mi appare discutibile dal punto di vista teologico-liturgico e quantomeno inadeguato sul versante conservazione/proficua utilizzazione dei beni culturali. Sono stati rimossi l’altare maggiore, il pulpito e la balaustra: ne ignoro l’epoca ed il valore artistico, mi limito ad osservare che quello attuale mi sembra artisticamente insignificante e comunque fuori scala rispetto al presbiterio, soffrendo così di eccessiva (in assoluto e in relazione alle incongrue dimensioni) prossimità alla navata. Ben altrimenti dimensionato (e senz’altro di fattura migliore), risulta essere un antico altare (che ipotizzo sia quello rimosso dopo l’adeguamento), ora addossato alla parete della
navata sinistra e ivi lasciato non restaurato e inutilizzabile a fini liturgici. A favore di quest’ultimo giocavano tuttavia la dimensione contenuta (calibratissima sull’insieme del
complesso presbiteriale) e il suo essere situato in posizione gerarchicamente sopraelevata e in prossimità dell’abside, ma convenientemente staccato dalla parete. Elementi tutti eminentemente qualificativi, atti ad esaltarne almeno in nuce la valenza teologico-liturgica: l’altare - in quanto icona spaziale e simbolo di Cristo altare, vittima e sacerdote - è, infatti, il culmine e la fonte sia della celebrazione eucaristica, come anche dell’intero organismo architettonico romanico, con la sua dinamica processionale dalla porta all’abside.
Il che depone per una maggiore sapienza teologica, artistica e architettonica degli antichi.
Nell’attuale assetto, la focalità strategica dell’altare, all’interno di questa peculiare dinamica processionale, risulta ulteriormente sconvolta dalla collocazione della sede presidenziale nella conca absidale, che diventa impropriamente il vero fulcro della celebrazione. La rimozione del pulpito ha cancellato, poi, un altro elemento tipico della chiesa romanica: il luogo della proclamazione della Sacra Scrittura, posto a cerniera tra la navata e il presbiterio. In sede di riadattamento, dovendo (?) asportare, sarebbe stato molto più saggio limitarsi al dossale e a parte della balaustra (naturalmente recuperandoli ad altra funzione degna ) e si sarebbe creata una situazione esemplare perfettamente in linea con le nuove norme ecclesiali.
La ristrutturazione, che nelle pie intenzioni voleva creare continuità spaziale e vicinanza, ha prodotto piuttosto una sorta di spazio indifferente e l’indifferenziato giustapporsi dei luoghi liturgici (e qui prescindo da altri punti dolenti, quali quelli dell’orientamento della celebrazione stessa e dell’idonea collocazione di Croce e Tabernacolo). Il caso presentato non è, purtroppo, l’unico esempio di fraintendimento dell’articolazione e qualificazione teologicoliturgica delle chiese, antiche e meno: se ne dovebbe fare uno studio sistematico. Il travisamento coinvolge anche la stessa riforma postconciliare, soprattutto nella consapevolezza più matura che se ne ha ora. A testimonianza di ciò, si leggano gli scritti dell’eminente liturgista (tutt’altro che nostalgico preconciliare!) Crispino Valenziano (Architetti di Chiese, 1995 Ed. L’Epos, Palermo; Scritti di estetica e di poetica,
1999 Ed. Dehoniane, Bologna), alla cui criteriologia mi sono ispirato.
Mi rendo conto della frammentarietà dei rilievi, mi auguro siano un germe di utile discussione e di ulteriori ricerche.


Con la più viva ammirazione,

Luigi Puddu -





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