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A. Böcklin, Tritone e Nereide, 1895.

Cantare la vita, e con essa tutto ciò che la riveste: nascita-morte, lavoro-ozio, allegria-sconforto, amore-odio, sembra essere l’unico scopo della poesia.
Nel verso l’uomo rivisita se stesso com’eroe o buffone, con le sue passioni, la sua ironia, la forza e la debolezza insieme. In questa dimensione comunicativa si erge, come dominatore assoluto, l’anelito affettivo rivolto alla donna amata. «Isculta sì li suspiri/ di ca ti mira e ripara,/ però, pietosa e rara,/ basta chi a me solu miri...»1 (Ascolta i sospiri/ di chi ti ammira e [in te si] rifugia/ però, pietosa e rara/ [è] sufficiente che a me solo guardi...), scriveva Don Baignu, come travolto da un sentimento superiore alle sue stesse forze e nel quale le abilità umane si dissolvono nell’impossibilità dell’azione cosciente.
L’amore poetico, in realtà, è un sentimento che cattura l’essere, uomo o donna che sia. “Sono ancora nel turbine: mi strema amore” scrive Saffo come commento poetico alla violenza affettiva provocata della separazione, non più rinviabile, dalla sua allieva preferita a conclusione del percorso formativo, definendo la fine del rapporto affettivo-educativo come una “dolcezza amara [e] inesorata fiera…”.2
Sia nell’abbandono che nell’incontro l’Amore s’identifica col momento in cui si “modifica” il senso della vita. Si tratta dell’attimo nel quale l’esistenza stessa viene trasportata su nuove dimensioni, oltre ogni logica conseguenza, tanto che, al di là del disbrigo delle incombenze quotidiane, si resta come sospesi tra realtà e desiderio, in una dimensione che costringe alla ricerca continua.
«Eo so’ sempre kirkende/ sa prenda mea/- dice, con molto garbo, Pasqua Maria Tanca, presentando la sua “anima questuante”, in perenne ricerca della ricchezza offerta dagli affetti. Ma nel cantare la speranza lascia immediatamente trasparire la sua “tenere tristezza”, nella consapevole inutilità del “suo cercare nel mondo” poiché la “vera natura”
del suo “tesoro”, ormai, si è trasferita altrove - l’amadu meu non est in mundu,/ Ma è sempre in su coru meu l’amadu meu»3 (Io sono sempre in cerca del mio tesoro;/ L’amato mio non è più nel mondo,/ Ma è sempre nel mio cuore l’amato mio).
Nel dolore, e per involuzione, la vita prende forma solo nella “percezione affettiva” di un sentimento puro, che inizia ad albeggiare, schiarendo per sua stessa natura le ragioni della convergenza di due vite su uno stesso punto, e dove per emanazione tutto il resto, ciò che è percepito o razionale, ciò che non è collocato nella via del cuore, non trova più diritto d’asilo. «Prenda e oro ses tue pro a mie/ cando su coro meu est in tritura,/- canta Pasqua Maria, dando così alla memoria il valore dell’atto presente - m’ammento in mente sa vida mie/ mi desi amore, fizos e prenda»4 (Tesoro e oro sei tu per me/ quando triste è il mio cuore/ conservo intatto il ricordo della mia vita/ [perché] mi hai dato amore, figli e ricchezza). L’amore, scrive Totò, non è solo sublimazione, ma anche sofferenza: «...è comme fosse nu malanno/ ca, all’intrasatta, scoppia dint’ ‘o core/ senza n’avvertimento, senza affanno,/ e te pò ffa murì senza dulore»5 (... è come se fosse un malanno/ che, all’improvviso, scoppia dentro al cuore/ senza un avvertimento, senza affanno,/ e ti può far morire senza dolore). È uno “spazio umano” aperto a tutti. Una dimensione di “coscienza sospesa” nella quale si è trovato invischiato anche Giordano Bruno quando, disperato per in suo non corrisposto amore, scriveva, relegando in un cantuccio la sua riflessione filosofica, «Per man d’Amor scritta veder potesti/ nel volto mio l’istoria di mie...

di Andrea Muzzeddu
[Continua a pagina 31 del numero 31]



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