Cantare la vita, e con essa tutto ciò che la riveste: nascita-morte, lavoro-ozio,
allegria-sconforto, amore-odio, sembra essere l’unico scopo della poesia.
Nel verso l’uomo rivisita se stesso com’eroe o buffone, con le sue passioni,
la sua ironia, la forza e la debolezza insieme. In questa dimensione comunicativa
si erge, come dominatore assoluto, l’anelito affettivo rivolto alla donna
amata. «Isculta sì li suspiri/ di ca ti mira e ripara,/ però, pietosa e rara,/ basta
chi a me solu miri...»1 (Ascolta i sospiri/ di chi ti ammira e [in te si] rifugia/
però, pietosa e rara/ [è] sufficiente che a me solo guardi...), scriveva Don
Baignu, come travolto da un sentimento superiore alle sue stesse forze e nel
quale le abilità umane si dissolvono nell’impossibilità dell’azione cosciente.
L’amore poetico, in realtà, è un sentimento che cattura l’essere, uomo o donna
che sia. “Sono ancora nel turbine: mi strema amore” scrive Saffo come
commento poetico alla violenza affettiva provocata della separazione, non
più rinviabile, dalla sua allieva preferita a conclusione del percorso formativo,
definendo la fine del rapporto affettivo-educativo come una “dolcezza
amara [e] inesorata fiera…”.2
Sia nell’abbandono che nell’incontro l’Amore s’identifica col momento in
cui si “modifica” il senso della vita. Si tratta dell’attimo nel quale l’esistenza
stessa viene trasportata su nuove dimensioni, oltre ogni logica conseguenza,
tanto che, al di là del disbrigo delle incombenze quotidiane, si resta come sospesi
tra realtà e desiderio, in una dimensione che costringe alla ricerca continua.
«Eo so’ sempre kirkende/ sa prenda mea/- dice, con molto garbo, Pasqua
Maria Tanca, presentando
la sua “anima
questuante”, in perenne
ricerca della ricchezza
offerta dagli affetti. Ma
nel cantare la speranza
lascia immediatamente
trasparire la sua “tenere
tristezza”, nella consapevole
inutilità del “suo
cercare nel mondo”
poiché la “vera natura”
del suo “tesoro”, ormai,
si è trasferita altrove
- l’amadu meu non est in mundu,/
Ma è sempre in su coru meu l’amadu
meu»3 (Io sono sempre in cerca
del mio tesoro;/ L’amato mio non è
più nel mondo,/ Ma è sempre nel mio
cuore l’amato mio).
Nel dolore, e per involuzione, la vita
prende forma solo nella “percezione
affettiva” di un sentimento puro,
che inizia ad albeggiare, schiarendo
per sua stessa natura le ragioni della
convergenza di due vite su uno stesso
punto, e dove per emanazione tutto
il resto, ciò che è percepito o razionale,
ciò che non è collocato nella
via del cuore, non trova più diritto
d’asilo. «Prenda e oro ses tue pro a
mie/ cando su coro meu est in tritura,/-
canta Pasqua Maria, dando così
alla memoria il valore dell’atto presente
- m’ammento in mente sa vida
mie/ mi desi amore, fizos e prenda»4
(Tesoro e oro sei tu per me/ quando
triste è il mio cuore/ conservo intatto
il ricordo della mia vita/ [perché] mi
hai dato amore, figli e ricchezza).
L’amore, scrive Totò, non è solo
sublimazione, ma anche sofferenza: «...è comme fosse nu malanno/ ca,
all’intrasatta, scoppia dint’ ‘o core/
senza n’avvertimento, senza affanno,/
e te pò ffa murì senza dulore»5
(... è come se fosse un malanno/ che,
all’improvviso, scoppia dentro al
cuore/ senza un avvertimento, senza
affanno,/ e ti può far morire senza
dolore). È uno “spazio umano” aperto a tutti.
Una dimensione di “coscienza sospesa”
nella quale si è trovato invischiato
anche Giordano Bruno quando,
disperato per in suo non corrisposto
amore, scriveva, relegando in un
cantuccio la sua riflessione filosofica, «Per man d’Amor scritta veder
potesti/ nel volto mio l’istoria di mie...
di
Andrea Muzzeddu
[Continua a pagina 31 del numero 31]