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I cosiddetti pozzi sacri sono costruzioni sotterranee, con la camera interna circolare coperta da volta aggettante. Purtroppo, dopo oltre un secolo di studi, non è ancora ben chiaro quale fosse la loro funzione. Sulla scorta delle fonti di età classica, nei pozzi sardi si sarebbero svolti processi e ordalie: tali testimonianze, dal I sec. a.C. in poi, sono troppo tarde (successive alla occupazione prima cartaginese, poi romana) per essere accolte come autentiche prove.
Mentre, come vedremo, la maggior parte delle costruzioni mediterranee simili avevano o hanno ancora funzioni prettamente civili, di serbatoio idrico o di captazione di acque sotterranee, pur non mancando le strutture a sola valenza cultuale, in Sardegna si preferisce ritenerli esclusivamente luoghi di culto dell’acqua: il solo attributo “sacri” automaticamente li classifica come edifici religiosi. Purtroppo gli studi sono “inquinati” da dati anomali, poiché ancora non si conosce il numero dei pozzi effettivamente sacri, in quanto non è stato mai chiarito quanti non lo siano fra quelli conosciuti. È inquietante osservare, infatti, con quanta noncuranza in molta letteratura “d’autore” ad ogni pozzo coperto da tholos è assegnato il titolo di “sacro”. Vi erano almeno due metodi di adduzione delle acque sorgive: se la vena sgorgava a livello del terreno, si costruiva una sorgente in elevazione (es. Su Lumarzu di Bonorva), se la falda era ipogeica, occorreva creare una camera di accumulo o cisterna in sotterraneo, a cui si accedeva tramite una scala. Due tipi di costruzioni (forse) con gli stessi scopi: nella frenesia, anche i primi hanno rimpinguato gli elenchi dei secondi. La corsa al rialzo si è esasperata al punto tale che qualsiasi fonte sistemata con una vaschetta di decantazione in pietre a secco, anche di epoca medievale o moderna, persino contemporanea, d’incanto viene retrodatata di due o tremila anni dai soliti “esperti”. Per cui, dai 40 pozzi sacri accreditati, il numero è lievitato a 100, e qualcuno parla persino di 200 esemplari.
Nondimeno, i testi “sacri” dell’archeologia sarda dicono che il tempio a pozzo era «di uso generalizzato, tanto da poterlo chiamare “nazionale”», e che avrebbe costituito un «archetipo […] assolutamente “sardo” nel suo principio e nella sua vasta e varia applicazione» (G. Lilliu 1982, p. 155; p. 160).
A queste indicazioni perentorie si sono attenuti tutti: perciò, ormai studiosi e opinione pubblica sono persuasi che la tipologia costruttiva detta “pozzo sacro” o “tempio a pozzo”, fosse di epoca nuragica, ma soprattutto esclusiva della Sardegna. Contrariamente all’opinione comune, essi non furono nuragici e, soprattutto, non furono una specificità tutta sarda. La tipologia di fonte, o pozzo, o cisterna, seminterrati o sotterranei con copertura a cupola, e a cui si accede tramite una scala, era diffusa in tutto il bacino del Mediterraneo.
Sin dall’antichità il pozzo oltre a valenze di natura civile, poteva anche avere mansioni di natura magica. Era capace d’immagazzinare acqua come “serbatoio”, diventava il sito ove attuare riti di purificazione assumendo le connotazioni della “vasca”, ma poteva esser anche “altare” per culti di divinità ctonie, divenendo il mediatore tra il mondo dei vivi (sopra la terra) con quello dei morti (sottoterra), luogo dove compiere riti di divinazione...

Massimo Rassu

L'articolo non è completo, quello che si è potuto leggere è un anticipazione di quello che troverete nel numero 32 in edicola!

[continua in edicola nel numero 32]


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