Da questo numero, a semestri alterni, Sardegna Antica proporrà ai suoi lettori
un’opera allegata in formato DVD contenente un film a carattere archeologico o
etno-antropologico.
La speranza dei direttori e della redazione è che l’iniziativa sia accolta con favore da
un congruo numero di lettori, tal che si abbia motivo per continuarla nel tempo.
Com’è nello stile delle iniziative culturali del Centro Studi Culture Mediterranee
saranno opere di sicuro livello qualitativo, non facilmente reperibili sul mercato
e proposte a prezzi contenutissimi, secondo la politica di promozione culturale e,
come sempre, priva di scopo di lucro.
Per la prima uscita è stato deciso di proporre il film del regista Ignazio Figus,
con testi e narrazione dell’eterodosso Giacobbe Manca, prodotto e divulgato dal
C.S.C.M.. Questo per almeno due motivi: il film fu distribuito nel 1997 in una tiratura
limitata in versione VHS (videocassetta): andò esaurito in tempi brevissimi
e non è stato più divulgato, ancorché fosse richiesto; il contenuto del film, benché
abbia “un’anzianità” di 10 anni, è ancora perfettamente attuale.
Parlare ancora di nuraghes?1
Anzi, per molti versi, si può dire che “Il racconto dei Nuraghi”, ancora
precorra certe rafferme posizioni cattedratiche che velatamente e con molta
prudenza dialettica solo oggi si “annuncia” di voler toccare, sia pure con
molte contorsioni dell’animo, quali l’individuazione primaria dell’oggetto
d’indagine, ovvero quali sono i monumenti che possano definirsi nuraghes e
quali no (e perché); quale fu l’origine e la conclusione della Civiltà Nuragica;
quale cronologia seguire e perché [nello specifico si è teso alla perpetuazione
di posizioni speculative immutate da generazioni, ma tranquillizzanti
per gli archeologi assemblatori di cose altrui e per i ripetitori pedissequi
demandati all’insegnamento]; quali metodiche d’indagine privilegiare: l’approccio
storicistico o l’analisi scevra da preconcetti e impostata su basi tecnico-
architettoniche?
Quanto allora sembrava a taluni azzardato ed eccessivo – come individuare
l’origine del Nuragico nel 2500 e “farlo concludere” nell’XI-X secolo a.C. – rappresenta invece oggi la tendenza o, se si vuole, la manifesta tendenza
della “nomenclatura”. Detto in cifre potrebbe sembrare poca cosa, ma nella
sostanza e nelle conseguenze culturali il passo era ed è enorme.
Significava, ad esempio, – ferme restando le datazioni all’Età del ferro delle
celebri e celebrate figurine bronzee - che i cosiddetti “bronzetti” - si doveva
ammettere -, non erano nuragici, ma successivi a quella cultura, appartenenti
ad una lunga fase culturale dei Sardi (un periodo plurisecolare) che
attraversando la proto-storia, andava verso la storia in contesti non ancora
adeguatamente e intelligentemente sondati.
Significava anche, che “la più bella età dei Nuragici”, così definita dalla letteratura
archeologica “romantico-pattriottica”, non era quella sempre creduta,
ma doveva essere stata un’altra, molto più antica, e che quella specifica,
individuata e lunga fase dell’Età del ferro, proprio nuragica non lo fu affatto,
né poteva esserlo. Queste cose ed altre ancora forse giustificano quella che
fu un’accoglienza calorosa da parte del pubblico e di molti liberi pensatori,
ma anche un certo distacco e una malcelata insofferenza da parte di alcuni
esponenti del sistema, quando compresero – non sempre contestualmente
alla fruizione - che non di un’opera ripetitiva e ossequiente si trattava...
Alberto Fumi
[Continua a pagina 32 del numero 31]