Homepage

 

Pitture Medievali - in Sant’Andrea Priu di Bonorva
di Sara Puggioni


“..noi restammo veramente sorpresi nel trovare in questo sito la culla delle arti sarde nei primi tempi del Cristianesimo…attorno alle pareti si vedono pitture a fresco, sopra di cui pare vi abbiano pure passato una grossa vernice, i 12 apostoli in figura intiera e forme semicolossali; la Vergine che allatta il Bambino, il presepio, l’adorazione dei Magi e altre rappresentanze del Nuovo Testamento..” Così commentò lo storico G. Spano,1 quando vide per la prima volta ciò che era rimasto, a testimonianza di un’epoca antica, all’interno della “Tomba del Capo”. Gli affreschi di Sant’Andrea Priu certamente rappresentano uno dei cicli pittorici più interessanti e importanti della Sardegna, non solo per il loro carattere artistico ma anche per il fatto di avere la capacità di riassumere in uno spazio così limitato, i diversi aspetti della cultura religiosa dell’epoca. E’ proprio all’interno dell’ultima sala, di forma rettangolare, che si conserva ancora il ciclo pittorico medievale, che ricopre tutte le pareti del vano compreso il soffitto, e ci riportano indietro, nel periodo in cui questo ambiente fu adibito a chiesa rupestre. Dalla testimonianza di G. Spano sappiamo che le pitture, all’epoca, si trovavano in uno stato di grave degrado: apparivano annerite e lacerate dal vandalismo di alcuni visitatori occasionali.
Durante l’estate del 1996 si sono svolti i lavori di restauro che hanno riportato alla luce il ciclo pittorico, è grazie a questo intervento che si è potuta realizzare una ricostruzione virtuale della decorazione, infatti sono apparsi dettagli importanti che hanno permesso una migliore comprensione, in particolare, degli episodi dedicati all’infanzia di Cristo.
Nel 1986 il Caprara2 ipotizzò che i tre ambienti principali della Tomba del Capo avessero determinate e specifiche funzioni cultuali, l’ultima sala, quello di cui ci stiamo occupando, venne denominata Bema3 o Presbiterio, cioè il luogo dove avvenivano le funzioni sacre, per questo accessibile solo al clero o ai sacerdoti.
Forse proprio per l’importanza che questa sala aveva assunto che fu arricchita con una preziosa decorazione pittorica articolata in diversi temi sacri: il ciclo dedicato all’infanzia di Gesù, il Cristo benedicente in mandorla circondato dai simboli dei quattro evangelisti, la teoria dei Santi, intervallata dalla “Deesis”4 (rappresentazione di Cristo affiancato dalla Madonna e San Giovanni Battista) situata in piccola abside scavata nella roccia. Le pareti dell’intera sala sono incorniciate da spesse fasce nere, rosse e bianche accostate tra di loro; simili fasce circoscrivono gli episodi neotestamentari affrescati su un sottile intonaco bianco nel settore settentrionale dell’ambiente. Qui la decorazione si dispone su due registri; quello inferiore è caratterizzato da una serie di velaria,5 un drapeggio ondulato da cui pendono dei nastri blu tripartiti e ornato al centro con orbiculi (elementi dalla forma circolare), non appare in maniera uniforme poiché, in alcuni tratti è assente o per lo più frammentaria.
La fascia superiore presenta alcune figure che, nonostante il cattivo stato di conservazione, risultano in gran parte riconoscibili, si tratta di una serie di episodi che parrebbero tratti dal Vangelo di San Luca oltre che, in qualche caso, dai Vangeli apocrifi, essi compongono il cosiddetto ciclo dell’infanzia di Gesù. A sinistra dell’entrata troviamo subito la prima scena, piuttosto rovinata, identificabile con l’Annunciazione dell’Angelo a Maria (Lc I 26,38). Sulla base dei resti superstiti, la scena parrebbe ambientata all’interno di una struttura architettonica, della quale rimane parte del tetto che occupa la parte sinistra del riquadro; sotto la copertura resta soltanto il capo di una figura nimbata, verosimilmente la madonna, lo sguardo rivolto verso destra e circondata da un nimbo arancione con contorno rosso. La scena doveva essere completata con l’immagine di un angelo sulla destra, ma di questo non rimane nessuna traccia; è invece, visibile un raggio luminoso (simbolo del verbo di Dio che si fa carne) che penetra dalla parte in alto a sinistra della composizione e scende diagonalmente interrompendosi vicino al volto della Vergine, per il deterioramento della parete...



Il resto dell'articolo in edicola su Sardegna Antica 33

| Restauri per l'ego - di Giacobbe Manca
| Il rito panmediterraneo dell'acqua - Seconda Parte - di Maurizio Feo
| Il tramonto della commenda di San Leonardo - di Massimo Rassu
| San Michele di Sanvennor di Ploaghe. Arte e storia - di Loreta Pluchino
|
Produzione tradizionale della calce (Dorgali) - di Giacobbe Manca e Fabio Sagheddu
|
Sos Furraghes de Punt’e Mura (Borutta) - di Frank Pittui
|
Trittico Pastorale - di Alberto Fumi
|
Donne e Scienza, l’astrofisica - Seconda parte - di Antonella Lentinu
|
Antropos - Seconda parte - di Andrea Muzzeddu
|
"Corrajos" de Paule - di Franco Stefano Ruiu
|
Marrubiu, tra monti e mare - di Pietro Martis
|
Pitture medievali in Sant’Andrea Priu di Bonorva - di Sara Puggioni
|
L’isola basaltica di Bidunie - di Matteo Cara
|
Bidunie, oasi del Supramonte - di Demis Massimiliano Murgia


SARDEGNA ANTICA - Autorizzazione Tribunale di Nuoro n. 3 del 2.6.1992 - tutti i diritti sono riservati