Dalla preistoria, nei cinque continenti, innumeri liturgie, dalle più semplici e “naturali” alle più elaborate e complicate, hanno scandito le ricorrenze della
vita e della morte, per soddisfare le inquietudini della spiritualità.(1)
Per comprendere lembi di cultura di un passato profondo, oltre gli insufficienti
e spesso ingannevoli risultati archeologici, può essere di grande aiuto l’osservazione
equanime di diverse realtà etnologiche di quei popoli storici, del
recente passato o a noi contemporanei, ancora “fermi” ai gradi più semplici
nella disponibilità di strumenti economici, culturali e tecnici. Lumi possono
venire proprio dall’osservazione critica, scevra dal preconcetto europeo di
superiorità culturale, di quei gruppi umani appartati e diffusamente ma impropriamente
etichettati come “primitivi” dalla presunzione dell’umanità più
ricca e avvantaggiata.(2)
In quell’ambito dell’antropologia, molte società sono state osservate con l’ottica
occidentale, spesso in modo episodico e non sempre sistematico, nell’economia
come nelle istituzioni sociali, nell’organizzazione familiare e in tutte
le ritualità legate alle varie fasi della vita, come la nascita, i passaggi generazionali
o d’inserimento nei ruoli sociali, il matrimonio e la morte. I resoconti
discendono da disparate fonti, anche molto antiche, ma più frequentemente da
prospettori appassionati, giunti al seguito dei governi colonizzatori europei e
questo li pone concretamente, in una qualche misura, come osservatori “condizionati” dalle ideologie e dagli interessi delle nazioni dominanti.
I vantaggi culturali derivanti da quei resoconti sono comunque notevoli, anche
se non è sufficiente, ad esempio, osservare alcune cerimonie funebri o
d’iniziazione nei loro aspetti drammatici, altamente emotivi, o magari variopinti,
con gli occhi della cultura “europea” per intendere cosa realmente
accada, quali siano i significati criptici o le motivazioni profonde, mistiche o
filosofiche, che quei riti sottintendono.(3)
In quale misura, infatti, possiamo essere culturalmente compartecipi - parlando
sempre di esempi -, dei tagliatori (e collezionisti) di teste e degli antropofagi
dell’America Latina dei tempi di Colombo, o dell’antico Borneo o
della Papuasia-Nuova Guinea? Quanto - ci si deve chiedere -, gli osservatori
del XV e XVI secolo fino agli illuministi del ‘700, o dai cronisti antropologi
euro-centrici dell’Ottocento a quelli d’inizio Novecento avrebbero potuto
comprendere le intime, diverse e sfuggenti motivazioni spirituali e umane? Di
quei popoli dovremmo, infatti, conoscere prima le complesse cosmogonie, le
mitologie, le paure collegate alla morte,
le convinzioni mistiche e religiose - talora
non apertamente accessibili -, e, in
secondo luogo, spogliarci dei preconcetti
che costituiscono il nostro “punto
di vista” di europei antropocentrici
e di tradizione colonialista (e, dunque,
come conferma la storia dall’Ottocento
al Duemila, tristemente razzisti).
Raccogliendo con auspicata prudenza
fra disparati resoconti di diversi continenti,
si possono trovare molti elementi
di riflessione che possano essere ricondotti
a denominatori comuni all’umanità
intera, di là dalle differenze formali,
rituali o più globalmente folkloriche.
Nella nostra società sono praticamente
scomparsi i riti legati all’iniziazione
degli adolescenti e dei giovani, ormai
ridotti a formali cadenze delle prassi
religiose e ricondotte a mere circostanze
consumistiche, perché sfuggono
i significati profondi che nel passato
(quello precedente all’avvento del cristianesimo)
le sottintendevano. Anche
i riti della morte, ancorché inseriti nei
diversi culti - laici o religiosi, rispondono,
nella sostanza collettiva a precise
esigenze normative ed igieniche. Con
questa mera esteriorità, in tutta evidenza,
si perde il senso funzionale e sociale,
l’emotività e il valore didattico di
antichissime procedure attente all’individuo
e alla sua realtà, a cavallo tra
condizione dei vivi e vita dei defunti.(4)
Nei riti della morte il discorso può essere
analogo e ben si comprende come
il senso e il valore di una compartecipazione
corale ad un evento funebre cambi
enormemente in funzione del grado
culturale, della filosofia sociale, dell’economia
e delle convinzioni religiose.
Al riguardo, a leggere resoconti etnologici
del periodo coloniale europeo
sulle diverse convinzioni e altrettanti
riti praticati per la cura degli antenati,
dai più prossimi ai lontani, verrebbe da
credere che nessun popolo del passato
abbia mai ritenuto che i defunti - dal
sopraggiungere della morte - dovessero
semplicemente “riposare in pace”, in
difformità a quanto si sente declamare
nelle ritualità odierne.
Lo stesso pensiero potrebbe derivare
dalla nostra storia medioevale e moderna,
quando si osservi che manovre
e manomissioni sui corpi dei defunti
avvenivano e avvengono per motivi sia
pure molto differenti, magari legati al
pensiero escatologico o a “fondamenti” magici. Diverse persuasioni, convinzioni religiose o le speranze nella vita e nella morte,
paure e persino calcolo politico, sfociano in procedure
singolari, radicate nella consuetudine e concretizzate in
indagini, spostamenti, esplorazioni, sacrifici, imbalsamazioni,
furti e compravendite di corpi-reliquie.(5)
La stessa archeologia trae ampia parte della “linfa” culturale
proprio dall’indagine sugli esiti della morte, nei cui
monumenti parrebbe proprio - in buona misura -, sintetizzarsi
quei contenuti distintivi e connotativi del grado
culturale di un popolo.
Dobbiamo credere che i riti funerari della preistoria siano
stati, nella loro più intima essenza umana, non molto dissimili
dall’attuale folklore nel mondo, e solo da essi possiamo
trarre le suggestioni di quelli che dovettero essere i
diversissimi culti - che inevitabilmente ci sfuggono -, anche
se ai nostri occhi moderni essi acquistano un “sapore”
tanto pungente e lontano da spingere il nostro orgoglio a
rifiutarci di accoglierli quale parte del nostro passato più
remoto. Ci si rifiuta, ad esempio, di accogliere anche la
sola idea che i nostri diretti antenati praticassero il sacrificio
umano e il connesso cannibalismo, ancorché spinto
da precise esigenze pratiche e/o rituali. Eppure, in questa
direzione paiono ineludibilmente portare moltissime delle
risultanze archeologiche provenienti dalle sepolture europee,
a principiare almeno dal paleolitico superiore.(6)
La restituzione archeologica
Dati i presupposti, si pensi ora a come un archeologo
possa seriamente credere di poter ricostruire riti, consuetudini
e magari contenuti religiosi o mitologici dagli
esiti della sola ricerca monumentale e materiale e pensare
di attribuirli ai comuni antenati. La cosa ha, in tutta
franchezza, il sapore del temerario e del velleitario e da
questo discende la difficoltà ad interpretare - oltre l’evidente,
il macroscopico -, l’identità e la funzione di un
monumento, magari in chiave nuova, laica o cultuale.
Se correttamente ci si attende che le fonti antropologiche riportino
puntuali e distaccate descrizioni dei modi, dei contenuti
e delle motivazioni per cui un rito era attuato, nel campo
della preistoria, invece, nulla può venire da lontane registrazioni
dirette - com’è lampante -, se non da quanto inferibile
dalla collocazione e dalla natura di oggetti non deperibili;
manufatti residui, spesso sporadici o parziali, e magari giunti
a noi attraverso innumerevoli vicende, rimaneggiati nel tempo
e talvolta riutilizzati in differenti maniere.
La ricerca archeologica, più propriamente quella papaleo-etnologica, pertanto, nasce con evidenti svantaggi e
questo parrebbe giustificare a priori il largo ricorso alla
fantasia e alle invocate e tranquillizzanti opinioni d’autorità.
Affermazioni e ricostruzioni che personalmente
paragono, talvolta, freudianamente ai sogni della “fase
eroica” degli adolescenti, giacché vanno a ricoprire con
nuove “fabulas” quei vuoti mitologici e psicologici ai
quali oggi come ieri, come per un inconscio bisogno, si
vorrebbe ricorrere.
Che di miti si abbia ancora bisogno è opinione diffusa
(transeat!), ma che essi siano ancora proposti come
scienza verisimile è un fatto che deve fare riflettere!
Sull’onda dei miti si rischia di attribuire alcune indicazioni
di fonti letterarie antiche - di grande suggestione
(come, ad esempio, il sacrificio dei vecchi e il “riso sardonico”
o il cosiddetto rito “incubatorio” e la mummificazione
degli “eroi eponimi”, ecc.) - a popoli “troppo”
più antichi delle fonti.(7)
A ben vedere, peraltro, proprio
quei miti potrebbero più concretamente riferirsi a periodi
propriamente storici o, al più, a vaghe fasi della vicina
protostoria, quando, ad esempio, la scrittura posseduta dai
Fenici africani o dai trafficanti Greci significava che il traguardo
della Storia era stato certo toccato anche nel Mediterraneo
occidentale, ma pure che moltissimi altri popoli
intorno a quelli, forse tutti, permanevano illetterati.
Un monumento “silenzioso” ad Ittiri
Ben si comprende, per quanto sopra anticipato, la difficoltà
a trarre conclusioni dall’analisi di un monumento
davvero singolare, fin qui inedito. La sua struttura essenziale è distintamente osservabile al margine settentrionale
di un rialzo posto nel cuore del Coros, sub regione
storica del Meilogu.(8)
Il breve rialzo pianeggiante di Sa
Figu si raggiunge facilmente uscendo dal paese di Ittiri
per Banari, e imboccando ben presto la stradina vicinale
diretta al rinomato santuario di San Maurizio. L’area
archeologica in questione è di straordinario interesse sia
per la ricerca preistorica in generale sia, specialmente,
per il periodo posto a cavallo tra le fasi conclusive del
Neolitico e l’avvio dell’Eneolitico, fino alla più antica
fase del Bronzo (un excursus cronologico che, a grandi
linee, si può collocare tra gli ultimi secoli del IV millennio
a.C. e il principio del II, ma anche oltre).
Si tratta di un singolarerecinto costituito da otto grossi
blocchi megaliti di dimensioni varie e forma irregolarmente
parallelepipeda, ora tendenti allo sviluppo verticale,
ora a robuste lastre, tutti (quelli residui) disposti assai
appressati, come ortostati e di coltello; sono posizionati
ad arte, come a realizzare un’area appartata, riservata e
nascosta alla vista, in forma di capiente semicerchio con
circa 9/10 metri di diametro. La superficie così racchiusa
mostra la nuda roccia, priva della cotica erbosa, di un
alto gradone calcareo, che brusco si affaccia sulla china
e su un vasto e incantevole panorama determinato dal
susseguirsi di valli profonde e di altrettanti pianori, sui
quali sorgono, distanti nello scenario, gli abitati di Uri,
Tissi, Ossi e quindi Sassari e Porto Torres.
I grandi blocchi calcarei, come detto, sono strettamente affiancati,
salvo nel tratto occidentale, dove è lasciata ad arte
un’apertura poco larga, quasi un ingresso appena sufficiente,
mentre intorno a Sud è una seconda apertura dovuta, però,
alla rimozione di uno dei blocchi, spinto all’interno dellospazio. Un terzo, ampio varco è anche nella parte orientale,
ma anche in questo caso non si può intendere come spazio
d’accesso, quanto piuttosto come un vuoto dovuto all’assenza
di alcuni blocchi megalitici - certo per antiche asportazioni
-, apparentemente proiettati nella china.(9)
Nello spazio curvilineo interno, verso Sud, dove svetta
il blocco più alto, come fosse un segnacolo emergente,
trova spazio una sorta di nicchia semirettangolare, quasi
ad ottenere un angolo ancora più riservato; in quei pressi è al suolo quanto sopravvive di una lastra. É bene dire subito che questo monumento, mai descritto
in passato, per forma e struttura non trova, ad oggi, corrispondenze
con altri simili nell’Isola, né appare chiara
quale potesse essere la sua funzione originaria. Muto per
la letteratura archeologica, si configura come un poderoso
recinto ma, per la sua stessa natura megalitica, per
l’estensione relativamente contenuta e per la posizione
all’estremo margine del pianoro, non può certo essere
definito un chiuso per animali, né - tanto meno -, un’abitazione
per persone.(10)
Volendo procedere per approssimazione
e per esclusione, date le caratteristiche formali e
costruttive, questo silenzioso edificio potrebbe essere un
singolare luogo di culto rivolto a divinità del Nord (com’era
aggettivato, ad esempio il fenicio Bahal Saphon!),
un recinto nell’ambito del quale si potevano ricavare
linee di orientamento astronomico, magari con valore
calendariale: ma tutto questo non appare proprio convincente,
né si hanno elementi concreti per dirlo. La stessa
scelta del luogo non depone proprio per un osservatorio
astronomico, che meglio poteva trovare senso, se proprio
si volesse, al culmine del rialzo, con diverso orizzonte
sui quadranti luminosi e non al limitare più basso della
collina, esposto al rigore del Nord (e sempre ammesso
che allora se ne avesse la necessità).
Le “domos de janas a prospetto”di Sa Figu
Non è infondato credere che le prossime presenze monumentali,
presenti sul pianoro, possano aiutare a restituirci
un quadro più concreto e convincente. Verso Est,
sempre sul rilievo e a distanza di poco più di un centinaio
di metri, si osservano in sequenza i resti di ben quattro
grandi sepolture composite - tipiche del Sassarese -, che
si configurano come tombe di giganti nel prospetto, ma
realizzate in sovrapposizione e riutilizzo di preesistenti
domos de janas, il cui orizzonte cronologico è da porre
tra il Neolitico e l’Eneolitico.(11)
Nella più prossima, la
maggiore di esse, il prospetto della grande “stele centinata”
e parte dell’esedra sono stati realizzati scolpendo
la viva roccia calcarea, ben alta in quel tratto. L’intero
disegno delle cornici di facciata, in forma di una grande “A” col vertice arrotondato, è ben visibile nel quadro inferiore,
mentre è mancante, per decadimento, del tratto
più elevato (quello in forma di centina, da cui il nome,
improprio, di questi particolari prospetti). L’altezza della
facciata e la sua conformazione è tale da non lasciare dubbi sulla figura originaria, sostenuta anche dalla singolare
e rara lavorazione (così esplicita) dell’intera parte
culminante della tomba, la cui roccia naturale appare
modellata.(12)
Si raffigura, così, una lunga copertura a sezione
curvilinea, prolungata quanto lo sarebbe la camera
tombale allungata, proprio come è nelle tombe di giganti;
qui, a contrasto, l’ampio vano sepolcrale contenuto
nella roccia è un grande ambiente circolare (circa 6 m di
diametro!), ottenuto ampliando e uniformando, mi parrebbe,
una preesistente domo de janas.(13)
Nei pressi della prima, si susseguono altre tre analoghe
tombe e tutte con prospetto di tomba di giganti arcaica,
ma realizzate, a diversità, con un più tradizionale placcaggio
reso a grandi lastre. Davanti alla seconda tomba è
riversa l’ampia lastra dal contorno curvilineo, che in posizione
originaria costituiva la lunetta superiore (l’apice
curvo) posata sul quadrato inferiore.
Ad Ovest di questi monumenti, proseguendo dalla parte
opposta, ancora oltre il recinto megalitico sopra descritto,
sono i resti basali di un semplice nuraghe circolare,
la cui architettura, ancorché sensibilmente spoliato, lo
conduce a fasi avanzate del nuragico, la cui condizione
conferma indirettamente l’intensità dell’antropizzazione
del sito e il lungo excursus cronologico della frequentazione
umana.
A margine del discorso qui affrontato, una breve nota merita
questo tipo di monumento, che vede l’edificazione delle
tombe di giganti in questa particolare formula mista, che
ha nel Sassarese la sua area d’elezione, ma che si estende
verso Sud, fino al limitare della catena del Marghine, oltre
i confini di Bonorva,(14) mentre qualche raro esempio si segnala
persino in Barbagia (a Mamoiada) e un caso dubbio
parrebbe presente nell’Oristanese (Narbolia).(15)
Aspetti circostanziali rilevanti
Il recinto a megaliti ortostati di Sa Figu è, nella sua particolare
consistenza e per quanto finora reso noto per la Sardegna, l’unico di questa natura e, per di più non appare
inequivocabilmente caratterizzato per cui si possa
affermarne con certezza l’appartenenza cronologica e
culturale, la natura e la destinazione.(16) Il filone d’aiuto
sarà dato dagli aspetti ambientali significativi e dalla logica,
fermo restando il come l’ampia parte d’opinabilità
delle ipotesi adottate lascerà un salutare margine di dubbio.
In secondo luogo, poiché la letteratura archeologica
isolana non può essere di grande aiuto, si cercheranno
all’esterno elementi utili per un confronto e per sostanziare
una possibile e auspicata collocazione culturale e
cronologica.
Per la prima indicazione ricercata è innanzitutto molto
importante tener conto, oltre la già notata esposizione e
collocazione del recinto nel rilievo, della descritta presenza
dei quattro monumenti sepolcrali ottenuti su preesistenti
domos de janas e, infine, del piccolo nuraghe.
Preliminarmente devo osservare che il carattere veramente
megalitico del recinto di Sa Figu trova coerenti confronti
col maggiore megalitismo dolmenico dell’Europa
atlantica e, in termini più contenuti, in quello espresso da
una quantità di nuraghes arcaici (specialmente nelle loro
parti basali, e dalle monumentali tombe di giganti più antiche.
Dunque, non può essere esclusa una sua coerenza
formale, in parte, con l’erezione dei menhirs e grandi stele
di ascendenza neolitica ed eneolitica: elementi di culto
- come per Sa Figu -, più spesso associati a luoghi funerari.
Più lontano appare l’orizzonte nuragico evoluto, al
quale più concretamente si potrebbe ricondurre solo il
vicino nuraghe circolare e, come detto, la realizzazione
in roccia dell’estradosso della tomba maggiore e l’esecuzione
dei tre incavi quadrangolari posti al culmine della
sua facciata.(17)
Tutti gli indizi, dunque, portano ad orientarci verso il
mondo funerario di un’epoca molto antica, individuabile
- a grandi linee -, almeno tra l’eneolitico (se non prima)
e il Bronzo antico.(18)
Pur con evidenti differenze strutturali, ma con un’attinenza
alla specificità dell’edificio, un possibile confronto
può essere proposto con due vicini e insoliti circoli
megalitici, costituiti da diversi blocchi e lastre ortostate,osservabili al margine Nord-Ovest dell’area nuragica di
Noddule, a confine dei territori di Nuoro e Orune, la cui
consistenza indurrebbe ad ipotizzare la presenza di grandi
dolmen, dalle dimensioni inusitate [si è oltre l’ordine di
quelli di Ladas (Luras), o dell’antico dolmen di Frattale
(Oliena), ad esempio]. L’ipotetica lastra di copertura è
assente, ma poiché nessuna traccia (brecciame, frantumi,
blocchi, pezzi di lastra, cantoni o altro accumulo) dice di
quell’originaria presenza, è da ipotizzare che mai sia esistita.
Si tratta dunque di un poco alto recinto megalitico,
le cui fattezze parlano verosimilmente di età precedente
al nuragico: una data attribuibile con chiarezza al vicino
sito con nuraghe complesso; più propriamente poteva
essere un allestimento periferico pertinente ad un preesistente
villaggio d’epoca eneolitica, se non pure neolitica.
Anche in questo caso, per la consistenza e la disposizione
degli elementi costituenti i circoli - che come accennato
sono più propri di edifici cultuali -, non sembra proprio
di potersi trattare di capanne per uomini, né di recinti
per animali, ma neanche di tombe. La stessa similitudine
con le strutture basali dolmeniche spinge verso l’ambito
funerario e non lascia molti spazi per ulteriori possibilità
interpretative.
Per quanto si possa esprimere perplessità sulla possibile
consistenza strutturale di un “dolmen senza copertura” -
cosa che appare come una contraddizione in termini -, si
ricorda che questo tipo di monumento (allée non couverte
o dolmen allungato non coperto) è stato documentato
nel bacino di Parigi (S.O.M.), come pure un monumento
analogo è stato indagato in Corsica, a Presu Tusiu (Altagéne).(19)
In sintesi, si può dire che in ambito neolitico la
sepoltura era talvolta usata come contenitore aperto (certo
per riti secondari) e quindi, a capienza conclusa (o per
altri motivi che possiamo supporre legati alla necessità di
rifondare la tomba), essa veniva chiusa con le consuete
lastre di copertura.
Recinti a sa Preda Lasinosa
Spazi circondati da una fila di semplici blocchi - comunque
non grossi ortostati come quelli di Sa Figu di Itttiri -, sono
anche le due recinzioni di Punta Preda Lasinosa (Bonarcado-Seneghe), anch’essi “silenziosi” per le nostre ipotesi
conoscitive.
La loro posizione, al culmine di un rilievo roccioso eternamente
ventilato, sul passo che unisce una profonda
valle e un altopiano, è a una ventina di metri dall’ormai
noto “scivolo della fertilità”.(20)
I riti per la “fertilità” attraverso i quali una società antica
si attendeva vantaggi concretamente materiali, avevano
delle profonde motivazioni psicologiche e spirituali, che
andavano dalla necessità di procreare a quella di ricondurre
la morte degli individui (animali e persone), sia
naturale sia rituale, alla certezza della continuità nel naturale
divenire. I riti della morte, giunta per qualsivoglia
causa, (fine naturale o sacrificio animale o umano) non
hanno il solo fine di esorcizzare il male e la paura della
perdita corporea (e persino le conseguenze dell’errare
delle anime), ma anche quello di ricondurre la sanità al
gruppo sociale, rinsaldandolo, con le risorse e le prerogative
degli antenati.
Non è temerario, dunque, ipotizzare che i bassi e insoliti
recinti di Sa Preda Lasinosa, prossimi allo scivolo della
fertilità, determinati da una singola teoria di blocchi
poligonali e segnati da coppelle naturali e intenzionali,
fossero riservati a particolari riti legati alla morte (scarnificazione
rituale o rito d’inumazione primario).
I megaliti di Poggio Rota
Un confronto architettonico, formalmente più coerente,
sembra potersi avanzare con almeno uno dei due recinti
megalitici recentemente rinvenuti in comune di Pitigliano
(Grosseto), distanziati l’un l’altro di circa 10 chilometri,
come riferisce il suo scopritore, che li segnalò nel 2005 in
una notizia su Sardegna Antica.(21) Quello indicato come
Poggio Rota (il toponimo stesso dice della disposizione
dei massi componenti), l’unico finora ubicato sul territorio, è posto su un piccolo rilievo e nulla si dice di eventuali
altre presenze e consistenze monumentali intorno. I
blocchi componenti, distanziati fra loro tanto da lasciare
un varco percorribile, sono in roccia vulcanica alveolare
(trachite?), per cui colpisce molto l’aspetto delle superfici,
ricoperte da coppelle, ancorché dilavate dal tempo. Il
monumento è costituito da dieci ortostati disposti in doppio
allineamento concentrico: i cinque maggiori disposti
all’interno, mentre gli altri meno imponenti sono lungo
una linea esterna. Da questa particolare disposizione lo
stesso scopritore afferma di potersi leggere un preciso
intento nell’orientazione del monumento, che sarebbe
incentrato sull’asse solstiziale NW-SE. Pochi frammenti
di cocci informi, presunti preistorici, giacenti in superficie
completano questo primo e scarno quadro di riferimento.
Dai descritti presupposti, lo scopritore ipotizza
per il monumento una destinazione cultuale, suffragando
la fondata intuizione sulla funzione delle coppelle nella
preistoria e suggerendo per la presenza di esse stesse
un intento legato alla raccolta magico-cultuale dell’acqua,
cosa peraltro problematica o non sufficientemente
suffragata per due motivi almeno: A. le coppelle - per
quanto osservabile dalle immagini -, sono naturali e non
intenzionali; B. sono disposte sulle superfici verticali e in nessun modo possono essere viste come “contenitori”,
neanche per la pratica della cosiddetta magia simpatica,
che comunque prevede un gesto concreto che attui
una similitudine.(22)
Sorvolando sulla difficoltà obiettiva
di accettare un orientamento preminente o significativo
nel corpo stesso di un monumento circolare, non ritengo
condivisibile, né minimamente suffragata l’ipotizzata
funzione di osservatorio astronomico, le cui prerogative
resterebbero comunque tutte da dimostrare.(23)
Sempre sulla base delle prime notizie (in attesa di un
esame diretto), mi parrebbe fondato pensare che l’insieme
dei grossi blocchi megalitici costituisca una sorta di
segnacolo - ben visibile a distanza -, e in pari tempo una
barriera che determina un’area distinta, particolare e pure
la sottrae allo sguardo. All’interno dei grandi blocchi si
determina un’area che in tutta evidenza non poteva essere
destinata al vivere quotidiano, né ha la consistenza di
un luogo legato all’economia, come l’accumulo per beni
di consumo. La sua funzione è evidentemente rituale e
credo che non si possa non ricondurla al mondo funerario.
Anche in quest’ambito, però, non può dirsi una comune
sepoltura, né ha rispondenza con i dolmens, se non
limitatamente alla disposizione degli ortostati.
Ritornando infine al misterioso monumento di Ittiri, da
quanto fin qui proposto e da tutti i confronti apportati, che
appaiano più o meno stringenti, ritengo che ogni indizio
e ogni riflessione orienti senza esitazioni verso una destinazione
dell’edificio al mondo funerario. Appare anche
evidente - ad oggi -, l’impossibilità di attingere a qualsivoglia
apporto circa il tipo di rito che in esso, come pure
si può dire per tutti gli altri monumenti richiamati a conforto
o, se si vuole, per una maggiore vicinanza formale.
Resta dunque da affrontare il problema, forse non risolvibile,
circa la precisa funzione e quindi le ritualità specifiche
per cui questo edificio fu edificato.
Anche in questa materia, potrebbe essere forse d’aiuto
uno sguardo alle testimonianze etnografiche e, magari,
ad alcune realtà ancora oggi osservabili, come quella dei
Parsi: la minoranza etnica di Bombay, le cui prassi funerarie
- derivate dalle profonde e millenarie convinzioni
religiose, appaiono rivelatrici.
Giacobbe Manca [continua nel n. 32]
1 T. Taylor, Come l’uomo inventò la morte, Newton Compton, Roma, 2006.
2 Per la definizione di “società primitive” nella letteratura antropologica si condivide che “il termine primitivo ... non significa che le società [così definite] siano più
antiche nel tempo o inferiori rispetto ad altri tipi di società. Per quanto ne sappiamo le società primitive hanno una storia lunga quanto la nostra, e mentre per certi
aspetti sono meno sviluppate della società in cui viviamo, speso per altri lo sono di più [...un termine tecnico poco felice [primitivo], ma ormai troppo largamente
accettato perché lo si possa abolire” . Vedi E. E. Evans Pritchard, Introduzione all’antropologia sociale, Univ. Laterza 1972, p. 12.
Un’opera di grande interesse e certo meritoria, pur superata per la terminologia utilizzata, è la voluminosa opera, con centinaia di tavole, carte e disegni in b.n. e a
colori, coordinata da R. Biasutti, Le razze e i popoli della Terra, I-IV, U.T.E.T., Torino, 1952. Si veda anche W. Durant, Storia della civiltà, (L’Oriente, la Grecia,
Cesare e Cristo, l’Epoca della fede, I secoli d’oro), A. Mondadori, 1956.
3 In T. Taylor, op. cit., si veda ad esempio, il resoconto di Ibn Fadlan ( 921), un musulmano inviato a Kazan (Bulgaria) da Bagdad, ad assistere alle esequie di un
capo Rus (vichingo) sulle rive del Volga. La drammatica cerimonia, oltre la tradizionale cremazione su una grande barca, prevedeva risvolti drammatici quali stupri
di gruppo e l’uccisione “ritualizzata” di una giovanissima schiava. L’esegesi di quel rito sarà complessa e ricorrerà per ampia parte dell’opera.
4 Si veda, ad esempio, il rito d’iniziazione riservato alle fanciulle del neolitico in Sardegna, come riproposto ipoteticamente, ma fondato su precisi documenti archeologici
ed antropologici, in G. Manca, Magica Dea Madre, gravida e nutrice, in Sardegna Antica n. 28, 2005, pp. 1-5.
5 Rimando ancora allo scritto avvincente e in pari tempo inquietante di T. Taylor, 2006, cit..
6 Una franca e articolata sintesi di segni rituali dovuti a particolari e significative scarnificazioni su moltissimi esiti di individui Neanderthal e
Cro-Magnon, europei e del Vicino Oriente, è, ad esempio, in T. Taylor, 2006, cit., 213-245, ma anche le pp. 68-99.
7 Scholiaste in Odyssea, XX v. 301; Suida, “Riso sardonico”, Fragm. Hist. Graec., fr. 29; Aristotele, Physica, IV, 11; Tertulliano, De anima;
Simplicio, Physicorum IV, Solino, Collectanea rerum memorabilium.
8 La chiesetta di Santa Maria di Coros, sopravvive all’antico monastero bizantino che, assieme ad altri contermini, ha fatto sentire la sua
presenza nel posto dove sorge il nostro recinto megalitico e gli altri monumenti antichi presenti nello stesso pianoro e di cui si dirà appena
appresso.
9 Poiché la struttura si configura come un recinto di fitte lastre a ridosso di un dirupo, con un varco appena largo come un comune ingresso, non
può darsi che in origine non si conchiudesse sul medesimo salto.
10 Non voglio neanche prendere in considerazione l’idea, a dir poco balzana, secondo cui poteva trattarsi di un recinto riservato, giusto sul precipizio,
per “taigetare” anziani e magari, aggiungerei, bambini malformati, come pure, penosamente si legge - per l’edificio circolare di Monte
Baranta di Olmedo -, in una recente pubblicazione dalle pretese “universitarie”. I miti sono importanti, ma devono essere interpretati!
11 Di questo tipo tombale si conoscono oltre 50 esemplari, praticamente esclusivi delle rocce tufacee dell’ampio territorio attorno a Sassari.
12 Altri esempi di un lungo estradosso scolpito nella roccia sono, ad esempio, nelle tombe di S’Adde Asile-Brunuzzu e Campu Lontanu (Florinas).
Per tutte si veda E. Castaldi, Domus nuragiche, De Luca, Roma, 1975; per Sa Figu IV, scheda 28, p. 37-38, tav. X, 3. Idem, Tombe di
giganti nel Sassarese, Origini III, 1969, pp. 244-45; idem, Nuove osservazioni sulle tombe di giganti, Bull. Paletn. It., XIX, 1968.
13 Per questo tipo tombale, pressoché esclusivo del Sassarese, vedi E. Castaldi, Domos nuragiche, De Luca Editore, Roma, 1975. Nello specifico,
dall’analisi formale di questa e di altre tombe si può avere una configurazione originaria delle tombe di giganti, ancorché manchino
le indicazioni strutturali dalla base al presente estradosso. Inoltre, dagli aspetti formali si può affermare una diversità tra la facciata - che è
propria delle tombe di giganti arcaiche - e il citato estradosso, che invece parrebbe proprio di una tipologia di t.d.g. evoluta. Questo significa
che, dunque, i due allestimenti appartengono a fasi culturali differenti, ivi compresi i tre fori soprastanti alla “stele centinata”, cose queste che,
in passato - per imperizia e imprudenza -, ha ingenerato gravi errori di valutazione - come si legge in alcuni specifici scritti d’autore, che è qui
opportuno tralasciare.
14 Straordinaria è, in territorio di Anela, la ben nota necropoli a domos de janas di Sos Furrighesos, dove si osserva - fra le altre cose notevoli
-, una gigantesca stele scolpita nella roccia.
15 Per la Barbagia si vedano le tombe a domos de janas di Castannarju e Monte Juradu di Mamoiada, la prima con segni di apprestamenti in
facciata e nella parziale esedra, la seconda con la costruzione addossata della facciata con esedra in bei conci, al modo evoluto. Vedi G. Manca,
Il patrimonio archeologico di Mamoiada, in Pietre magiche a Mamoiada, schede 16 e 34 (e bibliografia). Segni di lavorazione per ottenere un
prospetto, come a Castannarju, sono in una domo de janas inedita di Narbolia (OR).
16 Si tenga comunque conto che una forte incertezza persiste ancora sulla funzione dei nuraghes e ancor più nelle loro diverse categorie; dubbi
permangono, sempre crescenti, anche sulla cronologia e sulla funzione dei pozzi sacri e di altre categorie di monumenti minori. Questo ancorché
la letteratura pulluli - beato coraggio -, di scritti di affermati autori e “new-antry” proclamanti certezze e incrollabili convinzioni.
17 Analogamente a quanto si osserva nelle domos de janas e nelle più diffuse tombe di giganti “costruite”, sia arcaiche che evolute, si deve
ragionevolmente credere che anche queste tombe siano state oggetto di riprese e rifacimenti. Non è questa la sede per approfondire il discorso
sulla presenza dei tre incavi al colmo di queste tombe e ad altri aspetti ad essi riconducibili, che hanno dato adito a teorie interpretative discordi,
ma ci sono diversi elementi per affermare che siano elementi successivi all’impianto della tomba “a prospetto”.
18 La data al Bronzo antico era la prima posizione speculativa di E. Castaldi, op. cit., ma che poi, sulla spinta di opinioni e risultanze di segno
diverso ritrattò ribassandola al Bronzo recente e all’Età del ferro, errando, a mio giudizio. Oggi, inoltre, la data assoluta del Bronzo antico deve
essere sollevata a ben prima dell’allora “classico” XV secolo.
19 H. Guy et Cl. Masset, Procédure de condamnation d’une alléè couverte Seine-Oise-Marne, in Bulletin d.l. Societé Prheistorique Francaise,
1991, t. 88/9, p. 282 ss. In sostanza, l’allée couverte di Méréaucourt (Somme) [m 8.50 x 3.60 l x 2.30 h] nacque e fu utilizzata a lungo come «
allée non couverte » fino a quando non fu ricolma e quindi “condannata” e cioè chiusa definitivamente con le lastre di copertura.
20 G. Manca, Scivolo per la Dea, in Sardegna Antica C. M. n. 30, 2006, pp. 1-6.
21 G. Feo, Circoli megalitici nella Maremma toscana, in Sardegna Antica n. 27, 2005, pp. 17-18.
22 L’interpretazione delle coppelle come raccolte d’acqua e richiamanti i pozzi sacri è in Marija Gjmbutas, Il linguaggio della Dea, Tip. Stianti, 1991,
p. 61, che pure, nello stesso paragrafo 6.5, le attribuisce anche agli occhi della Dea Madre. Rimanda a culti dell’acqua e a pratiche taumaturgiche
legate alle guarigioni degli occhi, ecc.. Ancorché l’interpretazione della Gimbutas abbia un certo fascino, meglio ove legato “all’origine” stessa delle
coppelle, non mi pare condivisibile, specie se riferita alle coppelle scolpite sulle facce delle stele e sui menhirs, sempre collocati in verticale.
23 Comprendo il fascino dell’osservazione astronomica e il piacere di trovare elementi che rimandino a quella particolare attenzione degli antichi
verso il cielo (siamo, peraltro, in terra d’Etruria), ma si consideri che è possibile ricavare una funzione calendariale, come il traguardare il Sole al
sorgere o al tramonto nei diversi periodi dell’anno, o le fasi della Luna, da un qualsivoglia punto nell’ambito di una qualsiasi valle, solo prendendo
dei riferimenti sull’orizzonte. Per quanto attiene la dimensione degli ortostati di Poggio Rota, nell’ipotesi si volesse traguardare il Sole dal suo
interno, ad esempio, la posizione degli ortostati avrebbe dovuto essere forse inversa (i più alti all’esterno?).