Teorie per la fine
dell’ età del bronzo
di Massimo Rassu
È ormai appurato che nell’arco di alcuni anni tra il 1200 e il 1100 a.C. in Sardegna scomparve la cultura dei costruttori di nuraghi e tombe di giganti. Non fosse altro per la singolare coincidenza temporale, analoghi cambiamenti sono attestati nel Vicino Oriente, con l’arrivo dei Filistei in Palestina, con le incursioni dei Popoli del Mare contro l’Egitto, con la famosa guerra di Troia, con l’estinzione della maggior parte delle civiltà nel Mediterraneo orientale, nel Peloponneso, nell’Asia Minore e in Palestina e Siria. Per dirla con Venceslas Kruta: Le antiche culture dell’Età del Bronzo si trasformano o subiscono l’impatto di movimenti di popolazioni. Non si tratta di un fenomeno di breve durata, bensì di un processo complesso, legato forse a mutazioni climatiche. Il risultato è il formarsi di complessi culturali che si possono considerare come i nuclei iniziali dei popoli storici.1 Tutto ciò è abbastanza chiaro per gli archeologi di tutta Europa che si sono dati appuntamento a Dublino il 7-9 marzo 2008 per il Convegno internazionale 1200 B.C. - War, Climate Change, and Cultural Catastrophe (“1200 a.C. guerra, cambi climatici e catastrofe culturale”), organizzato dalle Schools of Archaeology and Classics della University College Dublin. La mancanza di fonti scritte sulla caduta relativamente improvvisa di numerosi regni ed imperi in tutta la regione del Mediterraneo tra la fine del XIII secolo e gli inizi del XII a.C., dalla seconda metà del XX secolo ha comportato la proliferazione di svariate ipotesi scientifiche. Secondo la teoria neo-marxista di Manoles Andronikos, il decadimento delle civiltà dell’Età del Bronzo nel Mediterraneo orientale fu il risultato di rivoluzioni sociali all’interno di quelle società, con rivolte della popolazione rurale contro la classe dominante.2 Tuttavia, laddove è possibile credere in rivoluzioni sociali in pochi luoghi isolati come le singole città della Grecia, del Peloponneso o del Levante, o anche all’interno di una provincia che conteneva uno o più di tali regni, è più difficile credere che più rivoluzioni simultanee avessero avuto luogo dalla Grecia, alla Turchia e alla Palestina contemporaneamente. Inoltre, Andronikos non riuscì a spiegare lo spopolamento molto esteso di vaste e fertili aree come la Messenia e la Laconia. Per Emily T. Vermeule «la disgregazione del commercio nel tardo XIII secolo a.C. potrebbe essere stata più disastrosa per la Grecia delle invasioni dirette e ciò seguì inevitabilmente l’arrivo dei Popoli del Mare la cui ricerca di terre e di sussistenze gettò l’Egeo nel caos».3 La sua teoria propone che i Popoli del Mare sconvolsero il commercio egeo troncando le normali rotte commerciali attraverso l’Egeo. Poiché l’economia di quest’area sarebbe dipesa da contatti commerciali esterni, l’estesa soppressione di tale commercio avrebbe condotto senz’altro alla loro distruzione, anche se sono sconosciuti i responsabili e forse non è molto importante. Nondimeno, mentre le attività dei Popoli del Mare sono attestate sicuramente attraverso le fonti egiziane – menzionano battaglie contro costoro nei secoli XIII-XII e le devastazioni che questi razziatori avevano anche provocato nel Levante, a Cipro, ed in Anatolia, tanto da essere considerati i distruttori delle città-stato levantine come Ugarit – non c’è prova di una loro presenza anche nel lontano Egeo, né, tanto meno, nel Mediterraneo occidentale. La teoria di Vermeule è la migliore risposta alla domanda sul perché i centri di potere non furono ricostruiti, piuttosto che la spiegazione di chi li distrusse e per quale motivo.
Nel 1964 Vincent Robin D’Arba Desborough suggerì cautamente la possibilità di un’invasione terrestre dal nord, pur mancando ogni traccia, a parte gli stessi livelli di distruzione e gli abbandoni molto estesi, di presenza di tali invasori.4 Forse alcune classi nuove di oggetti di bronzo, come la “fibula” [o spilla di sicurezza] e la spada del tipo “Naue II”, fecero il loro primo ingresso nel mondo egeo nel 1200 a.C. circa. Tuttavia, questi oggetti non sembrano essere appartenuti esclusivamente ad un elemento di popolazione intrusiva. Di conseguenza, Anthony M. Snodgrass concluse che oggetti di quel genere non possono essere presi come prove dell’invasione o dell’immigrazione di popoli nordici dal bacino occidentale del Danubio verso l’Egeo, perché questi oggetti potrebbero essere stati inizialmente importati nell’area Egea, nell’Italia settentrionale e poi nelle prime necropoli della cultura dei “campi di urne” del bacino del Danubio.
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