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Vivere con il "paese" nel cuore
di Andrea Muzzeddu


Demografia e società: una nuova prospettiva
Per chi ha reale interesse per la storia e le tradizioni del proprio territorio gli avvenimenti demografici, come quelli
sociali, culturali, religiosi e politici, devono essere un costante oggetto di riflessione. Il mutamento del numero dei residenti, in una determinata località, non è casuale o frutto del capriccio. È una componente antropologica che si spiega, per un verso, con ragioni economiche e sociali, per l’altro, come condizione della dimensione umana che tocca la sfera della sensibilità e degli affetti.
L’analisi demografica, quindi, non solo favorisce la comprensione dell’efficienza amministrativa di chi è chiamato a “dirigere” il territorio, attraverso gli incarichi istituzionali che riveste (onorevole, sindaco, assessore…), in riferimento allo sviluppo economico possibile e alla crescita delle opportunità di lavoro, ma mette anche in evidenza le caratteristiche morali e culturali della popolazione, tanto come capacità di adattamento al “nuovo”, come accoglienza del diverso (dell’“altro” proveniente da località sconosciute e quindi portatore di “valori differenti”), quanto come intelligenza adattiva quando si è costretti ad emigrare ed inserirsi in nuovi contesti sociali e culturali.
L’umanità in marcia è davvero un’umanità che s’incontra.
Il senso della demografia antropologica Il compito dello studio della popolazione, spesso, è demandato a settori specifici della politica e dell’economia, sulla base di un precipuo interesse scaturito dall’emergenza verificatasi. Spesso è confinato alla semplice (pur se importante) predisposizione, in ambito privato e pubblico, di programmi idonei ad individuare, per un verso, i settori d’investimento, per l’altro, gli ammortizzatori sociali in grado ci contenere il malcontento diffuso… Si tratta, a ben vedere, di una valutazione di marketing. Di una operazione tendente a cogliere la “quantità” del fenomeno al fine di individuare la “quantità” dei provvedimenti da intraprendere, anche se questi provvedimenti si differenziano tra loro: investimenti in infrastrutture, spostamento dell’età pensionabile, soppressione di linee di comunicazione divenute antieconomiche, ecc. Il suo limite, senza disconoscere la sua validità intrinseca, è proprio qui, nel suo essere uno studio demografico su cose che si traducono in “numeri” ed “economia”.
A questo viene ridotta la società nella prospettiva sopra indicata. La “Persona” in movimento scompare.
Questo settore di studio può assumere maggior spessore sociale se impara ad umanizzarsi. L’uomo non è solo un corpo da nutrire o una forza-lavoro da utilizzare esclusivamente nella produzione. È qualcosa di più. E questo di più va individuato anche nelle statistiche demografiche. Il cambio di rotta, o se si preferisce, l’osservazione dei dati ricavati sotto un’altra prospettiva (quella del “nuovo umanesimo”) apre la strada all’antropologia, ossia alla conoscenza dell’uomo in tutte le sue dimensioni (l’oltre-economia).
Un uomo, un gruppo di persone, una popolazione non agisce mai per rispondere esclusivamente ai suoi capricci.
Si attiva e assume delle decisioni per rispondere alle esigenze vitali che chiedono risposte concrete, sia per la sopravvivenza del singolo, sia per la continuità della specie. La vita, insomma, incalza la persona fin dal suo nascere e chiede rispetto anche quando il singolo si associa e con altri collabora per il benessere sociale. Dietro ogni dato statistico si cela una ragion d’essere, uno spazio nel quale trovano asilo le emozioni, gli affetti e la dimensione del suo essere e sentirsi Uomo1.Si percepiscono, così, i sentimenti profondi di una umanità migrante, che porta con sé le radici della propria terra d’origine e che, nonostante il continuo vagare, ambisce di tornare a “casa” per ricominciare a coltivare la pianta del suo “essere ciò che è”, recisa (ma non fatta seccare) troppo presto, per ragioni superiori alla sua stessa volontà. Sono troppe le cause che agiscono sul movimento umano: fattori economici, variazioni climatiche, conflitti tribali, guerre, epidemie, ecc., ecc. Tutti fattori che coinvolgono il singolo individuo, la famiglia o un più consistente gruppo umano.
Una separazione dalla propria terra che non recide però il vissuto di ciascun emigrante, anzi ciascuno di loro resta saldamente ancorato alla memoria d’origina: come persona, come soggetto sociale e come depositario di una determinata cultura, fede e tradizioni.

Il resto dell'articolo in edicola su Sardegna Antica 35

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